Sindrome del coinquilino: quando l’amore finisce

Un mio video che parla della sindrome del coinquilino, prendendo spunto da una mail che ho ricevuto.

“Sai, Maurizio, io e la mia/il mio partner siamo diventati come fratello e sorella. Come due coinquilini. Tra noi l’amore è finito molti anni fa, ma un po’ per abitudine, un po’ per senso di colpa, abbiamo deciso di rimanere insieme. Oggi mi trovo bloccato in una relazione che non riesco a chiudere. Forse perché è entrata a far parte della mia quotidianità. Stiamo insieme da più di 20 anni, ma non c’è più passione tra noi. Non c’è più alcuna intimità sessuale”. La sindrome del coinquilino è un argomento di cui mi trovo spesso a parlare con i miei pazienti, che raccontano scenari simili o addirittura identici.

Sindrome del coinquilino: quando due persone, dopo diversi anni di relazione, hanno sviluppato una relazione più “morigerata” e meno basata sull’attrazione quanto sulla progettazione a lungo termine. In questo scenario, accade di percepire il partner come un familiare o un inquilino, con cui si condividono lo spazio e il tempo più per abitudine che per passione.

Accade di percepire il partner come un familiare o un inquilino (Foto di timmz da Pixabay)

Può ad esempio accadere che:

  • Si viva con il partner in maniera passiva, lasciandosi trasportare dagli impegni quotidiani (figli, suoceri, scuola, pagelle e via dicendo).
  • Non si percepisca più vera attrazione per il partner e che l’intimità vada a poco a poco sparendo.
  • Si continui a vivere la relazione per abitudine piuttosto che per vero desiderio.
  • Non si riesca a chiudere il rapporto per il bene dei figli o per paura dell’ignoto.

Nella maggior parte dei casi, la sindrome del coinquilino è anche caratterizzata dall’assenza di conflitto. I partner non hanno discussioni, non litigano. Non hanno prospettive diverse sul futuro o almeno non se le comunicano. La coppia sembra spegnersi e, lentamente, abbandonarsi a ciò che accade.

La sindrome del coinquilino e la mancanza di amore

Quando parlano della sindrome del coinquilino, i miei pazienti si concentrano quasi sempre su due aspetti fondamentali della questione.

Il primo è il senso di colpa:

  • “Se non chiudo la relazione, è perché provo un forte senso di colpa. Abbiamo costruito la nostra vita insieme, fatto scelte condivise. Se oggi chiudessi la relazione, il mio partner si troverebbe senza niente tra le mani. E no, non posso fargli questo”.

Il secondo riguarda invece l’assenza di passione o innamoramento:

  • “Quello che ci manca è la passione. La passione dei primi tempi… Quando guardavo il mio partner e provavo un desiderio inspiegabile. Avevo voglia di baciarlo, di passarci del tempo insieme. Oggi tutto questo non c’è più. C’è solo l’abitudine e la noia”.

E questi due aspetti si compenetrano: non si lascia il partner perché si prova verso di lui un affetto profondo; ma questo affetto non viene riconosciuto come una forma d’amore. L’amore viene visto come innamoramento, passione struggente, desiderio. E di qui nasce lo scacco matto:

“Come posso stare con qualcuno che non amo e, allo stesso tempo, come posso lasciare qualcuno con cui ho condiviso tutta la vita?”.

In questo articolo, parlerò approfonditamente della sindrome del coinquilino inquadrandola dal punto di vista psicologico. In Conclusione, offrirò delle soluzioni a tutte le coppie che vivono questa problematica, basandomi sulle ricerche dei coniugi Gottman – i maggiori esperti della materia.

Se ti trovi anche tu a vivere la sindrome del coinquilino, puoi prenotare una call gratuita conoscitiva con me per valutare se possiamo lavorare insieme.

La sindrome del coinquilino… è normale?

L’essere umano è mutato profondamente nel corso dei millenni. In un romanzo che trovo illuminante (“Il più grande uomo scimmia del Pleistocene”), viene raccontata la crescita di un giovane ragazzo delle caverne. Questo ragazzo matura tra la scoperta del fuoco, della lancia, dell’arte figurativa.

E quando si innamora, arriva subito il momento della procreazione.

Dopo la procreazione, non c’è tempo – materialmente, intendo – per sperimentare qualcosa come la sindrome del coinquilino. Bisogna proteggersi dagli animali selvatici, trovare una grotta in cui vivere. Bisogna accettare il fatto che la morte arrivi a 30-40 anni. Prima di allora, è necessario crescere i figli e avviarli verso l’indipendenza, che arriverà di norma intorno ai 14-15 anni.

Questo ragazzo matura tra la scoperta del fuoco, della lancia, dell’arte figurativa (Foto di Hans da Pixabay)

Oggi, il contesto in cui ci muoviamo è mutato profondamente. E così sono mutate anche le nostre relazioni e le nostre aspettative. Costruiamo le nostre relazioni profonde generalmente tardi e, altrettanto tardi, abbiamo dei figli. A loro volta, questi figli ottengono l’indipendenza talvolta a 30-40 anni (proprio quando un tempo i genitori dovevano fronteggiare il momento fatale).

Diviene quindi sempre più comune sperimentare la sindrome del coinquilino, che indica la scomparsa della passione dei primi tempi all’interno di una coppia. La coppia non vive più per la relazione, ma nella relazione. I dialoghi non sono più incentrati sui desideri e sull’intimità, ma sono dialoghi di servizio (lavoro, famiglia, scuola, suoceri, impegni, tasse, bollette).

Per i miei pazienti, questa presa di coscienza è estremamente dolorosa. E ad essa non c’è altra soluzione che la fine del rapporto – rapporto che non può però finire, perché è sedimentato in anni di convivenza e di esperienze condivise.

Un’altra prospettiva

Fino ad un certo punto, è normale percepire il partner come un amico. Come qualcuno che fa parte del proprio nucleo familiare e sui è possibile contare. Sappiamo che l’intimità e la complicità sono elementi fondamentali di una relazione sana. Una relazione in cui il partner conosce i nostri problemi, le nostre debolezze, i nostri desideri.

In parallelo, è normale che in una relazione il desiderio struggente dei primi tempi lasci spazio ad un rapporto più “morigerato”, basato sulla costruzione di obiettivi a lungo termine. Spesso, dico che è semplicemente utopico pensare di poter rivivere i momenti estasianti dei primi tempi dopo 10, 20, 30 anni di relazione.

Ciò sembra però inaccettabile per la maggior parte dei miei pazienti, che tendono a vedere l’amore come una forma di innamoramento continuo.

Proprio qualche tempo fa, ho ricevuto una mail da un mio paziente. Diceva di vivere una sindrome del coinquilino e di non provare più “amore” verso la sua compagna. Al contempo, mi raccontava di provare un’immensa tristezza quando incontrava i suoi occhi, spenti e opachi.

La cosa mi è subito sembrata un controsenso:

  • “Non è forse una forma di amore quella di cui mi parla? Il fatto di guardare la sua partner e, inevitabilmente, sentire una stretta al cuore…”.

La maggior parte delle volte, la sindrome del coinquilino deriva quindi da credenze utopiche. Da concezioni ideali dell’amore come una forma di innamoramento continuativo. In realtà, noi non viviamo più nelle caverne ed è normale che l’amore che sperimentiamo sia cambiato e sia diventato un amore a lungo termine.

Scendere a patti con questa idea, è il primo passo per avviarsi verso la ricostruzione di un rapporto vivo con il proprio partner.

Sindrome del coinquilino e ricostruzione dell’intimità

Possiamo vedere la sindrome del coinquilino in un duplice senso:

  • “Non provo più passione struggente verso il mio compagno. Questo significa che l’amore è finito”.
  • “Non c’è niente di strano nel non provare più una passione struggente verso il partner. Questa forma di innamoramento non implica però l’assenza d’amore, quanto l’esistenza di un amore diverso, più maturo”.

Non sto suggerendo di accettare l’assenza di passione come un dato di fatto e di arrendersi ad essa. Bensì, di scendere a patti con l’esistenza di una diversa forma di amore a cui è impossibile sfuggire.

Solo allora, sarà veramente possibile agire per ritrovare una forma di intimità e passionalità all’interno della coppia. Una passionalità – anche stavolta – più matura e calibrata; attiva e progettuale; che i partner devono cercare di costruire attraverso il dialogo e uno sforzo condiviso di comunicazione.

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Amore e progettualità

Troppo spesso ci aspettiamo che i sentimenti rimangano attivi da soli. Non facciamo nulla per farli crescere, per costruirli, per dargli nutrimento. E, alla fine, quando il rapporto diviene un “vivere passivamente sotto lo stesso tetto“, ci lamentiamo della scomparsa di quegli stessi sentimenti che abbiamo trascurato.

Ecco qual è il focus del problema:

  • Non il fatto che la passione struggente dei primi tempi sia venuta meno.
  • Ma che, abitando in una forma diversa d’amore, non abbiamo fatto niente per costruire in parallelo una nuova forma di intimità con il nostro partner.

Una forma di intimità che diviene possibile a partire dalla consapevolezza dell’amore che si prova verso il partner. Il senso di colpa, la tristezza, il desiderio di vedere il partner felice: sono tutte espressioni d’amore.

Quello che manca, però, è l’azione: un’azione condivisa, fatta di piccoli progetti, che possa dare un senso e una direzione a questa relazione basata su una diversa forma d’amore.

Trascurare un progetto comune fatto di intimità è una cosa che accade spesso, nelle coppie che lamentano la sindrome del coinquilino. Tra i partner viene così meno il dialogo – fisico, verbale ed emotivo. Nessuno dei partner propone all’altro di passare del tempo insieme. Nessuno propone al partner di provare, per esempio, a fare una piccola vacanza nel week-end.

Sindrome del coinquilino

Non abbiamo fatto niente per costruire una nuova forma di intimità con il partner (Foto di NoName_13 da Pixabay)

Per quanto possa apparire banale, in realtà è questo il centro del problema. A lungo andare, dato che vengono meno i presupposti per l’intimità, viene meno l’intimità stessa.

Sindrome del coinquilino: pensiamo alle soluzioni

Per riuscire a ritrovare l’intimità, è essenziale lavorare attivamente all’interno della coppia. Invece di pensare che la passione struggente dei primi tempi sia scomparsa, bisogna mettere in pratica piccole azioni quotidiane che mirino alla costruzione di un’intimità diversa e più matura.

Ai miei pazienti, per esempio, consiglio spesso un duplice percorso:

“Come prima cosa, dovete ritrovare uno spazio che sia solo vostro. Prendervi del tempo per voi che non sia del tempo quotidiano e di servizio. Per esempio, potete utilizzare la domenica per andare a fare una gita fuori porta o per fare qualcosa che piaccia ad entrambi.

Ritrovando una piccola dimensione di intimità, ritroverete anche un’immagine diversa del vostro partner. Lui/lei non sarà più solo parte della vostra famiglia o della vostra casa, ma sarà anche una persona con cui condividere dei momenti piacevoli.

In secondo luogo, è essenziale lavorare attivamente sulla ricostruzione della sessualità. Questo potrebbe richiedere tempo e fatica, soprattutto se l’intimità sessuale è venuta meno nel corso degli anni. Provate a condividere con il partner i vostri desideri sessuali e le vostre fantasie. Se avete difficoltà a farlo, parlategli proprio di questa difficoltà.

Dall’altro lato, però, dovete anche tornare a concentrarvi sulla costruzione della vostra identità. Molto spesso, i problemi relazionali sono causati da un focus totalizzante sulla relazione. Se non avete altro obiettivo che quello di sviluppare intimità con il partner, inevitabilmente, vi sentirete sempre inappagati e frustrati.

Al contrario, se avete degli obiettivi personali – lavorativi, artistici, etc. – la relazione risulterà molto più appagante. Non vi aspetterete più che tutta la felicità arrivi dal vostro partner“.

Ovviamente, non sempre è possibile ricostruire una relazione. A volte bisogna accettare che ognuno possa dover prendere la propria strada. In tal caso, potresti dover superare la fine di una relazione.

Conclusione

Ritrovare – o ricostruire – un’intimità di coppia non è di certo un’impresa facile. I partner devono apprendere come dialogare in modo costruttivo e, prima ancora, come trasformare le proprie credenze ideali sull’amore in vista di una progettualità sana e concreta.

Negli anni, ho sperimentato tanti esercizi di comunicazione che possono aiutare i partner in difficoltà a ritrovare l’intimità e la dimensione della passionalità all’interno della coppia. Puoi trovarli in questo articolo sul sentirsi soli in coppia.

Ricordati che, un articolo sul web o un volume, anche se scritti da uno psicologo, non possono sostituire un percorso terapeutico individuale o di coppia.

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maurizio iengo psicologo

Maurizio Iengo

Psicologo, formatore e consulente. Membro dell'American Psychological Association. Da anni studio e pratico l'ipnosi, oltre ad essere formato nella tecnica EMDR - lo strumento più scientificamente validato per il lavoro sul trauma. Collaboro con Psicohelp, uno dei maggiori portali di terapia di coppia in Italia. Ho un master in Terapia e Clinica del Legame di Coppia e sono autore di vari libri, tra cui "Tornare a Vivere", "il Salvacoppie", "La Trappola della Felicità".

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