Separazione e figli: una casa o due? E i nuovi partner?

In breve: Dopo 35 anni di ricerca internazionale, la residenza alternata (la situazione in cui i bambini vivono in entrambe le case per periodi significativi) sembrerebbe essere l'opzione preferibile per la maggior parte delle famiglie, soprattutto perché preserva il legame con entrambi i genitori e previene la perdita del rapporto padre-figlio. Tuttavia, c'è una certa ambiguità e problemi di costrutto nello studio analizzato. Il benessere dei bambini dipende più dalla capacità dei genitori di cooperare e mantenere bassi i conflitti che dalla formula abitativa scelta. I bambini che vengono coinvolti nelle decisioni (in modo appropriato alla loro età) stanno significativamente meglio.

Se stai leggendo questo articolo, probabilmente ti trovi in uno dei momenti più angoscianti che un genitore possa attraversare. La separazione è già abbastanza difficile, ma decidere dove e come vivranno i tuoi figli, la lotta estenuante con l’altro genitore, ti toglie il sonno. Immaginare poi che un nuovo “patrigno” o una nuova “matrigna” con magari altri figli al seguito, entreranno nella sua vita… peggio che andar di notte.

Hai letto articoli contrastanti, il tuo avvocato ti dice una cosa, tua madre un’altra, e sui social trovi opinioni categoriche in entrambe le direzioni. E la domanda, alla fine, è sempre la stessa: sto per rovinare la vita ai miei figli?

Prima di continuare, attenzione: la scienza non ha tutte le risposte. E questo è evidente soprattutto in studi del genere, dove ogni affermazione va presa con le pinze. In psicologia, non sempre (o forse dovremmo dire “mai”) è possibile isolare le variabili che vogliamo studiare. Non è possibile selezionare, ad esempio, delle famiglie da mettere in due gruppi omogenei (simili per reddito, educazione, conflitto, ruoli genitoriali), chiedere alla metà di loro di separarsi, e vedere questo che effetto avrà avuto dopo vent’anni anni rispetto a quelle che sono state insieme. E anche se per assurdo potessimo, dopo vent’anni ci saranno stati così tanti altri eventi da non poter determinare con certezza se eventuali problemi dei figli saranno dipesi dall’appartenere a un gruppo o all’altro.

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Una revisione della letteratura su quest’argomento

Ho recentemente approfondito una revisione della letteratura scientifica pubblicata nel 2019 sul Journal of Family Studies (Berman & Daneback, 2019), che ha analizzato 111 studi condotti nell’arco di 35 anni – dal 1984 al 2019 – su bambini in residenza alternata (quello che la ricerca internazionale chiama “dual residence” o “shared physical custody”). Parliamo di decenni di ricerche, migliaia di famiglie studiate, dati provenienti da Stati Uniti, Australia, Paesi nordici, Belgio, Olanda.

Una precisazione importante sui termini: In italiano “affido condiviso” viene spesso usato in modo ambiguo. La ricerca internazionale distingue chiaramente tra responsabilità genitoriale condivisa (joint legal custody – le decisioni importanti prese insieme) e residenza fisica alternata (dual residence – dove vive concretamente il bambino). In questo articolo, quando parlo di “residenza alternata” mi riferisco agli assetti abitativi dove i bambini trascorrono tempo significativo (dal 25% al 50%) con entrambi i genitori in case separate. Quando invece parlo di “affido condiviso” nel contesto italiano, mi riferisco al quadro giuridico della legge 54/2006.

La prima cosa che emerge è che i bambini che crescono con entrambi i genitori nella stessa casa stanno meglio di quelli con genitori separati, qualunque sia la formula scelta dopo la separazione. Questo potrebbe sembrare ovvio, ma va detto: la separazione in sé comporta delle difficoltà per i figli. Non sto dicendo che dovreste restare insieme “per i bambini” in una relazione infelice o conflittuale – quello è un altro discorso che merita attenzione separata – ma è importante riconoscere che qualsiasi assetto post-separazione parte da una situazione complessa.

Il consenso (fragile) della ricerca

Detto questo, cosa ci dice effettivamente la ricerca sulla residenza alternata? Esiste un consenso abbastanza ampio tra i ricercatori: i bambini in residenza alternata stanno ugualmente bene o spesso meglio rispetto ai bambini che vivono prevalentemente o esclusivamente con un solo genitore (Bergström et al., 2013; Fransson et al., 2016; Spruijt & Duindam, 2010). Parliamo di diversi indicatori: salute fisica, salute psicologica, benessere emotivo, rendimento scolastico, autostima.

Nella pratica clinica, noto talvolta che le persone con cui lavoro tendono a concentrarsi sulla “formula perfetta” – 50/50, 60/40, una settimana sì e una no – come se esistesse un calcolo matematico del benessere. La realtà è più sfumata. Quello che conta davvero non è tanto la percentuale precisa del tempo trascorso con ciascun genitore, quanto la qualità della relazione che il bambino mantiene con entrambi e la capacità dei genitori di cooperare.

Il problema metodologico

C’è però un “ma” enorme che raramente viene menzionato negli articoli divulgativi. Gli studi mostrano in modo unanime che i genitori che scelgono la residenza alternata sono diversi dagli altri già prima della separazione: hanno livelli di istruzione più alti, redditi maggiori, decidono di vivere più vicini l’uno all’altro, e soprattutto avevano già una divisione più equilibrata dei compiti genitoriali quando stavano insieme (Bakker & Mulder, 2013; Kitterød & Wiik, 2017; Vanassche et al., 2017). Hanno già inoltre una posizione “bambinocentrica”.

Questo crea un dilemma interpretativo che in epidemiologia chiamiamo “variabile confondente”. È come chiedersi: le persone che vanno in palestra stanno meglio perché vanno in palestra o perché sono già quelle più attente alla salute, che mangiano meglio, fumano meno, dormono di più? Nel nostro caso: i bambini in residenza alternata stanno meglio per la residenza alternata in sé o perché provengono da famiglie che erano già più funzionali, con genitori più cooperativi e risorse economiche maggiori?

La risposta onesta è: non lo sappiamo con certezza. Alcuni studi più recenti suggeriscono che, man mano che la residenza alternata diventa più comune, le differenze socioeconomiche tra le famiglie si stanno riducendo (Kitterød & Wiik, 2017), ma la questione rimane aperta e meriterebbe studi longitudinali più rigorosi che seguano le famiglie nel tempo.

I padri in secondo piano (e il ruolo della residenza alternata)

C’è un aspetto che emerge e che vedo confermato quotidianamente nel mio studio: la residenza alternata è fortemente associata a un legame più stretto tra bambini e padri (Melli & Brown, 2008; Spruijt & Duindam, 2010).

Quando si sceglie un collocamento prevalentemente presso un genitore – che nella stragrande maggioranza dei casi è ancora la madre – succede qualcosa di insidioso. Il padre diventa progressivamente “quello del weekend”, delle uscite speciali, della pizza e del cinema. Perde la quotidianità: i compiti, la cena, il momento della buonanotte, le piccole confidenze che i bambini fanno mentre ti aiutano ad apparecchiare la tavola. Perde il tessuto connettivo della relazione genitore-figlio.

Non è una questione di “diritti dei padri” o battaglie ideologiche tra generi. È una questione di cosa serve ai bambini. E i bambini hanno bisogno di entrambi i genitori, non come figure accessorie o “di supporto”, ma come presenze pienamente integrate nella loro vita quotidiana.

La ricerca di Poortman (2018) aggiunge un tassello interessante: l’associazione tra il contatto padre-figlio dopo la separazione e il benessere del bambino dipende soprattutto dal coinvolgimento attivo del padre prima della separazione. Se il padre era emotivamente presente nelle fasi precoci dello sviluppo del bambino – pensiamo al congedo di paternità, alla cura quotidiana – allora il mantenimento di quel legame dopo la separazione diventa ancora più importante.

I figli “pacchi postali”

Una delle cose che noto con piacere degli studi più recenti, è l’attenzione crescente alla voce dei figli stessi. Per decenni, la ricerca sugli assetti post-separazione si è concentrata sui genitori, sugli avvocati, sui giudici. I figli erano oggetto di studio, non soggetti interpellati.

Oggi sappiamo che la possibilità per i figli di avere voce in capitolo, di influenzare le decisioni che li riguardano, viene considerata positivamente dai figli stessi e si associa a migliori outcome (Berman, 2018; Campo et al., 2012; Haugen, 2010). Gli studi qualitativi – quelli in cui si intervistano i figli – sono chiari: questi sono più felici quando gli accordi sono flessibili e centrati su di loro, quando i genitori cooperano, e quando hanno la possibilità di dire la loro sui dettagli della loro vita.

Attenzione: non sto dicendo che un bambino di 4 anni debba decidere dove vivere. Questo sarebbe un carico di responsabilità insostenibile e inappropriato. Parlo di qualcosa di diverso e più sottile. Parlo di chiedere a tuo figlio come si sente, se quella settimana particolare preferisce stare più da te perché ha la recita a scuola vicino casa tua, o se vuole poter portare il suo gioco preferito da una casa all’altra. Parlo di validare le sue emozioni quando ti dice che è stanco di fare la valigia ogni settimana. Parlo di ascoltare, non di scaricare decisioni.

Una domanda che spesso cambia la prospettiva dei genitori è: “Se tuo figlio potesse modificare un aspetto degli accordi attuali senza ferire nessuno, cosa chiederebbe?” La risposta rivela molto su cosa stiamo trascurando. E su quanto i figli tendono a proteggere i genitori, adultizzandosi.

I nuovi partner: risorsa o minaccia?

Un tema che emerge frequentemente nelle mie consulenze è la preoccupazione dei genitori quando uno dei due (o entrambi) inizia una nuova relazione. “Dottore, ma se introduco un nuovo partner nella vita di mio figlio, non lo confonderò ulteriormente? Non creerò più problemi?” Oppure, dall’altra parte: “Non voglio che i miei figli si affezionino troppo al nuovo compagno/a dell’altro genitore”.

La ricerca ci offre alcune indicazioni interessanti su questo fronte. Quello che succede quando i genitori separati iniziano nuove relazioni è che il numero di legami sociali del bambino si moltiplica – ci sono nuovi adulti di riferimento, magari fratellastri o sorellastre, nonni acquisiti. Ma questo allargamento del cerchio sociale non significa automaticamente che il bambino sviluppi legami intimi più numerosi.

Secondo uno studio di Zartler e Grillenberger (2017), le relazioni davvero intime e significative rimangono concentrate su genitori, fratelli biologici e migliori amici. I nuovi partner e le figure della famiglia allargata occupano uno spazio diverso, più periferico nel mondo emotivo del bambino. Questo può tranquillizzare chi teme di essere “sostituito” – i legami primari con i genitori biologici mantengono la loro centralità.

Tuttavia – e qui la ricerca di Berman (2015) offre una prospettiva complementare – in alcuni casi le nuove relazioni con patrigni, matrigne o fratellastri possono diventare risorse emotive importanti. Non sostituzioni, ma aggiunte che arricchiscono la rete di supporto del bambino.

Nella mia esperienza clinica, quello che conta davvero non è tanto se ci sia o meno un nuovo partner, ma come viene gestita l’introduzione di questa figura. I problemi emergono quando:

Il nuovo partner viene presentato troppo presto, prima che il bambino abbia elaborato la separazione dei genitori. I bambini hanno bisogno di tempo per metabolizzare il cambiamento familiare prima di affrontarne un altro.

Il nuovo partner viene utilizzato in modo strumentale contro l’altro genitore – tipo “Vedi? Lui/lei sì che mi capisce, non come tuo padre/tua madre”. Questo triangola il bambino in dinamiche leali impossibili.

Il nuovo partner cerca di sostituirsi al genitore biologico invece di trovare un proprio spazio complementare. Un patrigno o una matrigna non devono cercare di essere “il vero padre” o “la vera madre” – devono costruire una relazione propria, unica, senza competere.

Al contrario, l’introduzione di un nuovo partner può essere gestita in modo costruttivo quando viene rispettato un tempo adeguato, quando il bambino viene preparato con gradualità, quando gli viene lasciato lo spazio per decidere quanto e come aprirsi a questa nuova figura.

Una domanda che faccio spesso ai genitori che stanno per introdurre un nuovo partner è: “Sei pronto/a a mettere i bisogni di tuo figlio davanti al tuo desiderio di condividere subito questa nuova relazione con lui?” Perché i tempi del genitore e quelli del bambino raramente coincidono, e rispettare i tempi del bambino è fondamentale.

Quindi, per rispondere alla domanda iniziale: i nuovi partner non sono né automaticamente una risorsa né automaticamente una minaccia. Sono una realtà della vita post-separazione che può essere gestita in modo sano o disfunzionale. Insomma, lo studio non evidenzia effetti negativi intrinseci della presenza di nuovi partner o famiglie allargate. I problemi nascono da come vengono gestite queste transizioni, non dalla loro esistenza in sé.

Un ultimo consiglio pratico: se hai un nuovo partner e vuoi introdurlo nella vita di tuo figlio, parlane prima con l’altro genitore. Non come richiesta di permesso, ma come gesto di rispetto e collaborazione. “Ho una nuova relazione seria, penso sia arrivato il momento di presentarla ai bambini. Come possiamo gestire questa cosa insieme in modo che sia più facile per loro?” Questo tipo di comunicazione rafforza la co-genitorialità e manda un messaggio chiaro ai figli: anche se non stiamo più insieme, continuiamo a collaborare per il vostro bene.

Quando la residenza alternata potrebbe essere un problema

Il consenso tra i ricercatori che dicono che la residenza alternata sia meglio del collocamento esclusivo, vale solo quando non c’è conflitto significativo tra i genitori, quando questi sono capaci di cooperare, e quando i bambini hanno più di 4 anni (McIntosh et al., 2013; Vanassche et al., 2013). Per i bambini molto piccoli (sotto i 4 anni), i dati sono ancora troppo scarsi e contraddittori per trarre conclusioni definitive.

Il conflitto genitoriale è stato identificato come uno dei fattori più dannosi. Vivere tra dispute continue, conflitti persistenti e preoccupazioni emotive può rendere la residenza alternata una soluzione peggiore del collocamento prevalente presso un genitore (McIntosh, 2009; Sodermans et al., 2013). I bambini si sentono “intrappolati” tra i genitori, sviluppano problemi comportamentali e psicosociali, vivono in uno stato di tensione costante.

C’è però un dibattito acceso anche su questo punto. Alcuni ricercatori sostengono che anche in presenza di conflitto elevato, mantenere una relazione significativa con entrambi i genitori sia comunque preferibile (Fabricius & Suh, 2017; Nielsen, 2017). Altri sottolineano che dipende dalla persistenza del conflitto nel tempo: conflitti transitori non pregiudicano i benefici della residenza alternata, mentre conflitti cronici sì (Mahrer et al., 2018).

Dalla mia esperienza clinica, la distinzione chiave non è tanto se ci sono conflitti – quelli sono quasi inevitabili in una separazione – ma se i genitori sono capaci di tenerli lontani dai figli. Potete non essere d’accordo su mille cose tra voi, ma se riuscite a non coinvolgere i bambini in queste dispute, se evitate di screditarvi reciprocamente davanti a loro, se riuscite a essere presenti entrambi alle occasioni importanti senza creare drammi, allora la residenza alternata può funzionare anche in presenza di tensioni tra voi.

La realtà in Italia: affido condiviso sulla carta, collocamento prevalente nei fatti

In Italia, la legge 54 del 2006 ha introdotto l’affido condiviso come regola generale, sancendo il cosiddetto “principio di bigenitorialità” e ribaltando completamente il paradigma precedente dove l’affido esclusivo (quasi sempre alla madre) era la norma. Oggi, l’affido condiviso è il punto di partenza, e l’affido esclusivo richiede una motivazione specifica da parte del giudice.

Ma cosa significa esattamente “affido condiviso” in Italia? Significa che entrambi i genitori mantengono la responsabilità genitoriale – cioè prendono insieme le decisioni importanti su scuola, salute, educazione dei figli. Tuttavia – e questo è il punto cruciale che genera confusione – l’affido condiviso NON coincide automaticamente con la residenza alternata o il collocamento paritetico.

Esiste infatti un divario significativo tra la legge scritta e la sua applicazione pratica. Secondo i dati ISTAT più recenti disponibili sull’affidamento (2015), le separazioni con affido condiviso hanno raggiunto l’89% del totale, contro l’8,9% di quelle con figli affidati esclusivamente alla madre (ISTAT, 2016). Apparentemente un successo della riforma. Ma l’ISTAT stesso sottolinea come “al di là dell’assegnazione formale dell’affido condiviso, che il giudice è tenuto a effettuare in via prioritaria, per tutti gli altri aspetti considerati in cui si lascia discrezionalità ai giudici la legge non ha trovato effettiva applicazione” (ISTAT, 2016).

Il nodo critico è proprio il collocamento prevalente. Nella pratica giudiziaria italiana, pur essendoci formalmente affido condiviso (responsabilità genitoriale), i bambini hanno quasi sempre un collocamento prevalente presso un genitore – di solito ancora la madre – senza residenza alternata. Nel 2015, la casa coniugale veniva assegnata alla madre nel 69% dei casi quando c’erano figli minorenni, percentuale addirittura aumentata rispetto al 57,4% del 2005 (ISTAT, 2016). Questo comporta l’applicazione di tutte le conseguenze tipiche dell’affido esclusivo: assegnazione della casa familiare, corresponsione dell’assegno di mantenimento, e soprattutto tempi molto limitati con l’altro genitore.

La Cassazione ha più volte ribadito che l’affido condiviso “si pone non più come evenienza residuale, bensì come regola; rispetto alla quale costituisce, invece, ora eccezione la soluzione dell’affidamento esclusivo”. Tuttavia, nella prassi concreta, molti tribunali continuano ad applicare una sorta di “affido condiviso solo sulla carta”, mantenendo di fatto un modello quasi-esclusivo quanto al collocamento fisico dei bambini.

Nel 2015, il Consiglio d’Europa ha approvato la Risoluzione 2079 che invita tutti gli Stati membri a “introdurre nelle loro leggi il principio della residenza condivisa in seguito a una separazione, limitando eventuali eccezioni ai casi di abuso o negligenza sui minorenni, o di violenza domestica” (Council of Europe, Resolution 2079/2015). L’Italia ha votato a favore, ma l’adeguamento normativo completo tarda ad arrivare.

Alcuni tribunali hanno adottato protocolli innovativi che cercano di applicare più rigorosamente il principio della bigenitorialità con tempi paritari e residenza alternata. Il Tribunale di Perugia, primo in Italia, ha adottato fin dal 25 novembre 2014 un protocollo che prevede “tempi paritetici o equipollenti di frequentazione dei figli minorenni con entrambi i genitori” (Studio Legale Calvello). Sulla stessa linea si sono mossi i Tribunali di Brindisi e Salerno, dove protocolli simili sono stati sperimentati dal marzo 2016 (Studio Legale Calvello), con il Tribunale di Brindisi che ha stilato linee guida che “cancellano il concetto del collocamento prevalente a vantaggio di un coinvolgimento quotidiano di entrambi i genitori” (Studio Cataldi, 2017). Tuttavia, questi rimangono casi isolati e non rappresentano ancora la prassi nazionale consolidata.

Cosa fare se ti stai per separare

Se ti trovi a dover decidere gli accordi per i tuoi figli, ecco alcune direzioni concrete che emergono dalla ricerca e dalla pratica clinica:

Lavora sulla comunicazione con l’altro genitore. Non parlo di essere amici o di recuperare il rapporto di coppia – quello è finito. Parlo di costruire una relazione di co-genitorialità funzionale. Una domanda che faccio alle coppie: “Riuscite a scambiarvi informazioni sulla giornata del bambino senza trasformarla in un’occasione di conflitto?” Se la risposta è no, iniziate da lì. Anche un semplice diario condiviso dove annotare cose pratiche (ha mangiato, ha fatto i compiti, ha fatto una richiesta specifica) può fare la differenza.

Considera la flessibilità un valore fondamentale. Gli accordi rigidi, quelli scritti nella pietra, raramente funzionano con i bambini che sono per natura imprevedibili e in continua evoluzione. Tuo figlio ha la febbre proprio il giorno del “cambio”? L’altro genitore può tenerlo un giorno in più senza che diventi una battaglia? Questa flessibilità, centrata sui bisogni del bambino e non sui “diritti” di ciascun genitore, è uno dei migliori predittori di successo.

Coinvolgi i tuoi figli, ma senza sovraccaricarli. A seconda dell’età, questo significa cose diverse. Con un bambino di 6 anni, puoi chiedergli come si sente, cosa lo preoccupa, cosa lo renderebbe più felice. Con un adolescente, la conversazione può essere più esplicita sulle preferenze. Con un bambino piccolo, osserva i segnali non verbali, presta attenzione ai cambiamenti di umore nei giorni di “cambio”. E qualunque sia l’età, fai capire a tuo figlio che qualsiasi cosa senta è legittima, che non deve proteggere te o l’altro genitore.

Provate ad abitare vicino. La ricerca mostra che le famiglie in residenza alternata che funzionano meglio sono quelle dove i genitori vivono relativamente vicini (Bakker & Mulder, 2013). Questo riduce lo stress logistico per i bambini, permette loro di mantenere le amicizie di quartiere, facilita la continuità scolastica. So che non è sempre possibile, ma se lo è, consideralo una priorità.

Preserva la quotidianità con entrambi i genitori. La residenza alternata funziona quando non si tratta solo di “tempo di qualità” concentrato nel weekend, ma di vera quotidianità – compiti, cene normali, routine. Se sei il genitore che rischia di diventare “quello del weekend”, lavora attivamente per evitarlo. Se sei il genitore con collocamento prevalente, sostieni attivamente l’altro genitore nel mantenere questo tipo di relazione quotidiana con i figli.

Quando chiedere aiuto professionale

L’accompagnamento psicologico può essere determinante in questa fase. Non sto parlando di una terapia di coppia – quella nave è probabilmente già salpata – ma di un percorso di sostegno alla genitorialità condivisa. Uno psicologo può aiutarvi a costruire modalità di comunicazione funzionali, a gestire i conflitti senza coinvolgere i bambini, a individuare i bisogni specifici dei vostri figli in questa fase.

A volte basta un numero limitato di incontri per sbloccare dinamiche che sembravano irrisolvibili. Altre volte serve un accompagnamento più lungo, soprattutto se ci sono ferite profonde o pattern disfunzionali consolidati. In alcuni casi, può essere utile anche un supporto psicologico diretto per i bambini, che stanno attraversando un’esperienza potenzialmente traumatica e hanno bisogno di uno spazio dove elaborare le loro emozioni.

Quindi: stai rovinando la vita ai tuoi figli?

Torniamo alla domanda iniziale: sto rovinando la vita ai miei figli?

La verità è che non esiste una risposta univoca che valga per tutti. La residenza alternata sembra emergere dalla ricerca come l’opzione con più evidenze positive, soprattutto perché preserva il legame con entrambi i genitori e previene quella dolorosa perdita del rapporto quotidiano che troppo spesso colpisce i padri dopo la separazione. Ma questo vale se – e solo se – ci sono le condizioni giuste: basso conflitto (o almeno capacità di tenere i conflitti lontani dai figli), cooperazione, flessibilità, ascolto dei bisogni specifici di ciascun figlio.

Non esiste una formula magica. Esiste la vostra famiglia specifica, con le sue caratteristiche uniche, le sue dinamiche, i suoi punti di forza e le sue fragilità. La ricerca può darci delle indicazioni di massima, ma l’applicazione pratica richiede un’attenzione costante a ciò che funziona e cosa no per i vostri bambini.

E questo è liberatorio, in un certo senso. Significa che non dovete seguire dogmaticamente un protocollo esterno. Significa che potete sperimentare, aggiustare, modificare gli accordi man mano che i bisogni cambiano. I bambini crescono, le loro esigenze evolvono, quello che funzionava a 5 anni potrebbe non funzionare a 12. Datevi il permesso di essere flessibili. E soprattutto ascoltate e osservate i vostri figli. Spesso quando le separazione sono turbolente, magari per un tradimento, i figli diventano un’arma. E questo non va bene, perché state danneggiando non solo l’ex che vi ha ferito, ma anche i vostri figli. Proprio quelli che dichiarate essere “la cosa più importante” – e che non c’entrano assolutamente niente con i vostri conflitti di coppia.

I bambini possono essere straordinariamente resilienti quando si sentono amati da entrambi i genitori, quando non sono costretti a scegliere, quando possono esprimere liberamente i loro sentimenti. Il danno maggiore non viene tanto dalla configurazione abitativa quanto dall’essere intrappolati in mezzo a due adulti che combattono. Se riuscite a proteggere i vostri figli da questo, se riuscite a tenere la vostra relazione di coppia (finita) separata dalla vostra relazione genitoriale (che continua), allora avrete fatto la cosa più importante.

Bibliografia e Approfondimenti

Studio principale commentato:

Berman, R., & Daneback, K. (2019). Children in dual-residence arrangements: a literature review. Journal of Family Studies, 28(4), 1448-1465. https://doi.org/10.1080/13229400.2020.1838317

Studi citati:

  • Bergström, M., Modin, B., Fransson, E., Rajmil, L., Berlin, M., Gustafsson, P., & Hjern, A. (2013). Living in two homes – A Swedish national survey of wellbeing in 12 and 15 year olds with joint physical custody. BMC Public Health, 13(1), 868. https://doi.org/10.1186/1471-2458-13-868
  • Campo, M., Fehlberg, B., Millward, C., & Carson, R. (2012). Shared parenting time in Australia: Exploring children’s views. Journal of Social Welfare and Family Law, 34(3), 295-313. https://doi.org/10.1080/09649069.2012.750480
  • Fabricius, W. V., & Suh, G. W. (2017). Should infants and toddlers have frequent overnight parenting time with fathers? Psychology, Public Policy, and Law, 23(1), 68-84. https://doi.org/10.1037/law0000108
  • Mahrer, N. E., O’Hara, K. L., Sandler, I. N., & Wolchik, S. A. (2018). Does shared parenting help or hurt children in high-conflict divorced families? Journal of Divorce and Remarriage, 59(4), 324-347. https://doi.org/10.1080/10502556.2018.1454200
  • Melli, M. S., & Brown, P. R. (2008). Exploring a new family form – The shared time family. International Journal of Law, Policy and the Family, 22(2), 231-269. https://doi.org/10.1093/lawfam/ebn002
  • Nielsen, L. (2017). Re-examining the research on parental conflict, coparenting, and custody arrangements. Psychology, Public Policy, and Law, 23(2), 211-231. https://doi.org/10.1037/law0000109
  • Poortman, A.-R. (2018). Postdivorce parent–child contact and child well-being: The importance of predivorce parental involvement. Journal of Marriage and Family, 80(3), 671-683. https://doi.org/10.1111/jomf.12474
  • Vanassche, S., Sodermans, A. K., Matthijs, K., & Swicegood, G. (2013). Commuting between two parental households: The association between joint physical custody and adolescent wellbeing following divorce. Journal of Family Studies, 19(2), 139-158. https://doi.org/10.5172/jfs.2013.19.2.139
  • Vanassche, S., Sodermans, A. K., Declerck, C., & Matthijs, K. (2017). Alternating residence for children after parental separation: Recent findings from Belgium. Family Court Review, 55(4), 545-555. https://doi.org/10.1111/fcre.12303

Domande Frequenti

È vero che l’affido 50/50 è scientificamente provato come migliore per i bambini?

Non esattamente. La ricerca mostra che la residenza alternata (dove i bambini trascorrono tempo significativo con entrambi i genitori) è associata a migliori outcome in molti casi, ma non sempre. I benefici dipendono da fattori specifici come il livello di conflitto tra i genitori, la loro capacità di cooperare, l’età dei bambini e le caratteristiche della famiglia. Inoltre, gli studi hanno limiti metodologici importanti: le famiglie che scelgono la residenza alternata hanno spesso caratteristiche diverse già prima della separazione (più istruzione, più risorse, ruoli più equilibrati), quindi non sappiamo con certezza se i benefici derivano dalla residenza alternata in sé o da queste differenze preesistenti. Servono ulteriori studi più rigorosi per poterlo dire con certezza. Tuttavia, la ricerca sembra star andando proprio in quella direzione. In altre parole, sulla mia pelle, opterei per una residenza alternata 50/50.

Mio figlio ha 3 anni, la residenza alternata può funzionare anche per bambini così piccoli?

Per i bambini sotto i 4 anni, i dati della ricerca sono ancora troppo scarsi e contraddittori per dare una risposta definitiva. Alcuni ricercatori sollevano preoccupazioni legate alla teoria dell’attaccamento, suggerendo che i bambini molto piccoli potrebbero aver bisogno di una base stabile primaria. Altri sostengono che i bambini possono sviluppare attaccamenti sicuri con entrambi i genitori. Quello che sembra più importante, secondo gli studi disponibili, è la qualità della relazione con ciascun genitore, la sensibilità genitoriale e la flessibilità degli accordi piuttosto che il numero preciso di pernottamenti. Se stai valutando la residenza alternata per un bambino piccolo, è consigliabile un confronto con professionisti esperti che possano valutare la vostra situazione specifica.

Il padre di mio figlio lavora molto e prima della separazione non si occupava molto dei bambini. Ha senso una residenza alternata?

Questa è una domanda importante. La ricerca mostra che l’associazione tra contatto padre-figlio dopo la separazione e benessere del bambino dipende in parte dal coinvolgimento del padre prima della separazione (Poortman, 2018). Tuttavia, la separazione può rappresentare anche un’opportunità per il padre di ricostruire e intensificare il proprio ruolo genitoriale. Molti padri, quando si trovano a dover gestire i figli da soli in una residenza alternata, sviluppano competenze e una presenza che prima non c’era. L’importante è che la residenza alternata non venga usata come “punizione” o imposizione, ma sia vissuta da entrambi i genitori come opportunità per il bene dei figli. Potrebbe essere utile iniziare gradualmente, aumentando progressivamente il tempo del padre con i bambini mentre sviluppa routine e competenze genitoriali.

Io e il mio ex litighiamo spesso. La residenza alternata può peggiorare le cose per i bambini?

Il conflitto genitoriale è uno dei fattori che può rendere la residenza alternata problematica. I bambini che vivono tra dispute continue, conflitti persistenti e tensioni emotive possono sviluppare problemi comportamentali e psicologici. Tuttavia, la distinzione chiave non è tanto se ci sono conflitti – quelli sono comuni durante e dopo una separazione – ma se riuscite a tenerli lontani dai bambini. Se potete litigare tra voi senza coinvolgerli, se evitate di screditarvi reciprocamente davanti a loro, se riuscite a cooperare sulle decisioni importanti nonostante le tensioni personali, allora potete aiutare i vostri figli. Alcuni ricercatori sostengono che anche in presenza di conflitto, mantenere una relazione con entrambi i genitori rimane benefico. In ogni caso, se il conflitto è intenso e cronico, un percorso di mediazione familiare o sostegno psicologico può essere determinante per costruire modalità di co-genitorialità funzionali.

I miei figli dovrebbero avere voce in capitolo su dove vivere?

Assolutamente sì, in modo appropriato all’età. La ricerca è chiara: i figli che vengono coinvolti nelle decisioni che li riguardano, che si sentono ascoltati e che hanno la possibilità di influenzare i dettagli degli accordi stanno significativamente meglio (Berman, 2018; Campo et al., 2012). Questo non significa caricare un bambino della responsabilità di “scegliere” tra mamma e papà – sarebbe un peso insostenibile. Significa invece: con un bambino piccolo, osservare i segnali emotivi e chiedere come si sente; con un bambino in età scolare, parlare delle sue preferenze su aspetti pratici (quale cameretta, quali giochi portare, quando vedere gli amici); con un adolescente, avere conversazioni più esplicite sulle preferenze abitative. L’importante è che il bambino sappia che qualsiasi cosa sente è legittima, che non deve proteggere nessuno dei due genitori, e che la decisione finale non ricade su di lui.

Come posso capire se la residenza alternata sta funzionando o sta danneggiando i miei figli?

Osserva i segnali. I bambini che stanno bene in una residenza alternata generalmente mantengono buoni risultati scolastici, hanno relazioni positive con i coetanei, dormono bene, hanno un umore abbastanza stabile, riescono a parlare liberamente con entrambi i genitori dei loro problemi. Segnali di allarme includono: cambiamenti improvvisi di comportamento (aggressività, isolamento, regressione), problemi di sonno o alimentazione, calo improvviso nel rendimento scolastico, ansia marcata nei giorni di “cambio” casa, riluttanza a passare tempo con uno dei due genitori, somatizzazioni frequenti (mal di pancia, mal di testa senza causa medica). Se noti questi segnali in modo persistente, non ignorarli. Potrebbe essere necessario rivedere gli accordi, migliorare la comunicazione tra genitori, o chiedere un supporto psicologico per tuo figlio. Gli accordi non devono essere scolpiti nella pietra: quello che funziona a 5 anni potrebbe non funzionare a 10, ed è importante rimanere flessibili. Ma attenzione: questi sintomi/segnali ci sono spesso in una fase di adattamento dopo la separazione dei genitori, quindi è molto più probabile che abbiano a che fare con la perdita del nucleo familiare, piuttosto che con l’organizzazione abitativa. La cosa più semplice, se possibile e adeguato all’età, è parlarne con il diretto interessato!

In Italia come funziona legalmente l’affido condiviso?

In Italia, la legge 54 del 2006 ha introdotto l’affido condiviso come regola generale, che significa responsabilità genitoriale condivisa: entrambi i genitori prendono insieme le decisioni importanti su scuola, salute, educazione. Tuttavia, è fondamentale distinguere tra affido condiviso (responsabilità) e collocamento (dove vive fisicamente il bambino). Anche in affido condiviso, spesso i bambini hanno un collocamento prevalente presso un genitore – di solito ancora la madre – senza vera residenza alternata. Secondo i dati ISTAT 2015, l’89% delle separazioni prevede affido condiviso formale, ma nel 69% dei casi la casa viene assegnata alla madre quando ci sono figli minorenni. L’affido esclusivo viene disposto solo in casi particolari (conflittualità estrema, incapacità genitoriale, situazioni di rischio) e richiede una motivazione specifica. Il Consiglio d’Europa nel 2015 ha invitato l’Italia a introdurre il principio della residenza condivisa (tempi paritari), ma l’adeguamento normativo completo tarda ad arrivare, anche se alcuni tribunali (Perugia, Brindisi, Salerno) hanno adottato protocolli più rigorosi.

maurizio iengo psicologo

Maurizio Iengo

Psicologo, formatore e consulente. Membro dell'American Psychological Association. Da anni studio e pratico l'ipnosi, oltre ad essere formato nella tecnica EMDR - lo strumento più scientificamente validato per il lavoro sul trauma. Collaboro con Psicohelp, uno dei maggiori portali di terapia di coppia in Italia. Ho un master in Terapia e Clinica del Legame di Coppia e sono autore di vari libri, tra cui "Dubbio Patologico", "Tornare a Vivere", "il Salvacoppie", "Psicologia del Tradimento".

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