In breve: Quando la relazione soffre, il primo passo è capire se il problema riguarda la coppia nel suo insieme o uno dei partner. Eppure, fare una distinzione netta è spesso impossibile: i problemi individuali si riversano in coppia e viceversa. È per questo che è importante scegliere l'aiuto giusto e capire a chi rivolgersi per i problemi di coppia.
Indice
- Le quattro aree fondamentali per recuperare la relazione di coppia
- Quando i problemi di coppia non si risolvono da soli
- L’esercizio che evita il 90% dei litigi di coppia
- Problemi di coppia: è un problema della relazione o del singolo?
- Problemi di coppia: a chi rivolgersi
- Terapia di coppia: quando è il momento giusto per iniziare
- Cosa aspettarsi quando ci si rivolge a uno specialista di coppia
- Problemi di coppia frequenti che portano a chiedere aiuto
- Comunicazione bloccata e conflitti ripetitivi
- Distanza emotiva e senso di solitudine
- Tradimenti, segreti e perdita di fiducia
- Difficoltà sessuali e calo del desiderio
- Genitorialità che assorbe la coppia
- Lo spazio del figlio e il senso di sostituzione
- Le prime distanze: da fisiche a emotive
- Il momento più delicato: quando la coppia rischia di sfasciarsi
- La metafora dell’aereo: la coppia ha bisogno di manutenzione
- Quando uno dei due vuole aiuto e l’altro no
- A chi NON rivolgersi quando la coppia è in crisi
- Come scegliere lo specialista giusto per i problemi di coppia
- Problemi di coppia: chiedere aiuto può salvare o chiarire
- Conclusione
- FAQ – Domande frequenti sui problemi di coppia
- Quando è il momento giusto per chiedere aiuto per i problemi di coppia?
- Qual è la differenza tra terapia individuale e terapia di coppia?
- Come funziona il primo incontro di terapia di coppia?
- Quanto tempo serve per vedere cambiamenti in terapia di coppia?
- Cosa devo fare se il mio partner non vuole andare in terapia di coppia?
- Come si sceglie lo specialista giusto per la terapia di coppia?
- La terapia di coppia online funziona?
- Quando è troppo tardi per salvare una coppia?
- Bibliografia
Quando la relazione attraversa una fase difficile, molte coppie si trovano bloccate davanti a questa domanda: “Dovremmo chiedere aiuto?” Seguita immediatamente da: “Ma a chi dovremmo rivolgerci?” La confusione è comprensibile. Non si tratta solo di scegliere il professionista giusto, ma di superare la sensazione che chiedere supporto equivalga ad ammettere un fallimento.

Quello che vedo spesso nella mia pratica clinica conferma ciò che si dice sui tempi d’accesso alla terapia di coppia. Cioè che le coppie arrivano in terapia mediamente sei anni dopo l’inizio della crisi. Non perché i problemi si siano aggravati lentamente, ma perché hanno aspettato che diventassero insopportabili. Il paradosso è che in questi sei anni hanno consolidato strategie che peggiorano la situazione, come un osso che “saldato” male e che poi richiede più tempo per essere riparato correttamente (Gottman & Silver, 2015).
Il momento migliore per chiedere aiuto quindi non è quando “non ce la fate più”. È quando iniziate a chiedervi se la vostra relazione potrebbe essere migliore, quando siete frustrati da comportamenti o questioni che vi allontanano emotivamente o fisicamente.
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Le quattro aree fondamentali per recuperare la relazione di coppia
Quando proviamo a recuperare una relazione di coppia, ci sono quattro macroaree da tenere sotto osservazione per capire a che punto siamo e dove dobbiamo arrivare.
1. La comunicazione: il fondamento (troppo sottovalutato)
La prima è la comunicazione, che è il fondamento di ogni coppia. Lo so, è un po’ un cliché perché sì, nella coppia ci vuole fiducia, ci vuole comunicazione. Ok, bene. Ti dico: hai ragione, è un cliché.
Ma in realtà la comunicazione – o meglio, l’incapacità di comunicare – è la causa del 90%, forse più, delle rotture.
Tendenzialmente, quando parlo con una coppia, è meraviglioso osservare come in realtà siano molto allineati su tutto e vorrebbero anche le stesse cose, ma non riescono a comunicarsele. Ecco, e questo – immaginate – dal punto di vista di uno psicologo è quanto di più frustrante.
Si guardano due persone che continuano a interrompersi, a stare nei loro pensieri per anticipare una risposta piuttosto che ascoltare veramente cosa dice il partner. E in realtà sarebbero anche d’accordo, o quantomeno avrebbero delle posizioni conciliabili, comprensibili.
Quando c’è molta conflittualità, spesso il problema è la comunicazione. E quando non si comunica in modo appropriato, è difficile uscire dal pantano.
2. La fiducia: molto più del “non tradire”
La seconda area – per rimanere nel cliché – è la fiducia.
Ora, la fiducia però non vuol dire solo “mi fido del fatto che tu non mi tradisca”, ma vuol dire anche rispettare le promesse, vuol dire sentirsi al sicuro emotivamente. Quindi mi fido del fatto che posso aprirmi, che posso mostrarmi vulnerabile.
Questo spesso nelle coppie è difficile proprio perché abbiamo la sensazione di poter essere giudicati, oppure che se ci mostriamo deboli ecco che l’altro vacillerà, ci allontanerà, ci giudicherà.
Attenzione, perché questa è un’altra area molto delicata nelle relazioni.
3. L’intimità: fisica ed emotiva
La terza è l’intimità. Intimità vuol dire intimità fisica, ma vuol dire anche intimità emotiva.
Vuol dire la capacità di ridere insieme, la capacità di affidarsi, la capacità di capirsi anche con uno sguardo. Quando c’è questo, è facile che poi l’intimità fisica venga di conseguenza.
Quando ci si conosce appieno, quando ci si intende, quando si colgono le richieste dell’altro – quelle che Gottman chiamerebbe le bids for connection, le richieste di connessione emotiva – ecco che la coppia ha un super potere: quello di poter essere vulnerabili, quello di potersi amare appieno.
4. I progetti condivisi: guardare nella stessa direzione
La quarta area è quella dei progetti condivisi.
Chiedetevi: avete la stessa visione del futuro? Avete gli stessi valori? Avete una strada tracciata che vi fa vedere insieme tra qualche anno, oppure no?
Il checkup della relazione
Queste quattro aree – osservarle, analizzarle, parlarne – sono qualcosa che ci permette di fare una sorta di checkup della nostra relazione.
Così, insieme al partner, possiamo guardare tutte queste cose e possiamo chiederci qual è il prossimo passo.
Quando i problemi di coppia non si risolvono da soli
Litigare è normale, soffrire no: la differenza chiave
Tutte le coppie litigano. Il conflitto, di per sé, non è un segnale di allarme – anzi, può essere un momento di crescita se gestito in modo costruttivo. Il problema nasce quando i litigi seguono sempre lo stesso copione senza portare a nessuna soluzione, quando lasciano strascichi di rabbia e rancore, o quando vengono sostituiti dal silenzio (il cosiddetto “muro di gomma”) (Gottman, 2014).

La differenza tra una coppia che attraversa un momento difficile e una coppia in crisi profonda sta nella sofferenza prolungata. Se vi svegliate ogni mattina con un peso sul petto pensando alla relazione, se evitate sistematicamente certi argomenti per paura di esplodere, se vi sentite soli anche quando siete insieme, probabilmente non è una fase passeggera.
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L’esercizio che evita il 90% dei litigi di coppia
Il problema: quando le discussioni iniziano male
Ecco un esercizio che evita il 90% dei litigi. È più o meno questa la percentuale delle discussioni che diventano litigi a causa del fatto che le discussioni stesse iniziano male.
Esempio banale: “Non lavi mai i piatti”, “Fai sempre questo”. Ecco, questo è un esempio di inizio scorretto di una discussione che non può che finire male, a meno che dall’altra parte non ci sia un partner totalmente zen oppure totalmente arreso (e questo sarebbe un altro problema).
In una relazione normale, questo tipo di comunicazione sarebbe vissuto come molto aggressivo e quindi la risposta non potrà che essere aggressiva.
La soluzione: il Soft Startup (inizio gentile)
Al contrario, c’è una cosa semplicissima – almeno a parole – che si può fare: si chiama soft startup, cioè un inizio di conversazione gentile.
I principi del soft startup
Si fa seguendo alcuni principi fondamentali:
1. Non accusare il partner, ma prendersi la responsabilità delle proprie emozioni
Dobbiamo parlare di noi e non di lui.
2. Evitare generalizzazioni
Quindi mai dire “mai” e “sempre”.
3. Criticare il comportamento e non la persona
Evitare di generalizzare e comunicare – anche in senso implicito – il fatto che non è il comportamento a essere sbagliato, ma la persona.
Diciamoci la verità: se tu sei sbagliato e non è il tuo comportamento a essere sbagliato, chiederti di cambiare un comportamento vorrebbe dire cambiare te stesso. E come fai? È una cosa difficile. Cambiarsi è percepito così: mi stai già chiedendo di identificarmi in una persona sbagliata e poi cambiare. È molto più difficile che cambiare un comportamento specifico.
4. Essere espliciti sulla richiesta di cambiamento
Non solo accusare e lamentarci, ma dire cosa vorremmo che succedesse.
La formula pratica: “Quando… mi sento… perché… vorrei che tu…”
Per fare tutte queste belle cose, per comportarci nel modo migliore e comunicare nel modo migliore, basta utilizzare una formuletta che è:
“Quando… mi sento… perché… e vorrei che tu…”
Questa non è la formula originale – è un esercizio di Gottman – ma mi sono sentito di modificarlo: uno, per renderlo più naturale e due, per fare in modo che ci fosse questo “perché” che è un’aggiunta che ci aiuta ad aprirci.
Esempio pratico
Invece di dire “Non lavi mai i piatti”, diremmo:
“Quando ieri sera non hai lavato i piatti, mi sono sentito trascurato. Perché il fatto che tu lavi i piatti significa avere quella attenzione nei miei confronti e so che non li devo fare io poi la sera tardi quando torno dal lavoro. Vorrei che tu dalla prossima volta facessi più attenzione.”
Perché aspettare “che passi” spesso peggiora la crisi
“Aspettiamo, vedrai che passa.” È una frase che sento pronunciare molte volte. Il problema è che le dinamiche disfunzionali non si risolvono spontaneamente con il tempo – si cristallizzano. Quello che all’inizio poteva essere risolto con poche sedute diventa un intrico di risentimenti accumulati, ferite non curate, strategie di evitamento che si sono fatte abitudine. Ancor peggio quando si pensa di risolvere i problemi facendo un (altro) figlio. Non è proprio una grande idea.

Pensiamo a una coppia che ha smesso di comunicare sui temi importanti. All’inizio si trattava forse solo di evitare discussioni scomode. Dopo anni, non sanno nemmeno più come parlarsi. La distanza emotiva si è allargata a tal punto che si comportano come coinquilini, non come partner.
Chiedere aiuto non significa fallire come coppia
Una delle resistenze più comuni che incontro è: “Se dobbiamo andare da uno psicologo, vuol dire che abbiamo fallito.” No. Chiedere aiuto significa che state scegliendo di non fallire. Nessuno si vergogna di chiamare un meccanico quando la macchina fa rumori strani, ma stranamente ci vergogniamo di chiamare uno specialista quando la relazione è in pericolo.
La differenza è che la macchina si può sostituire. La relazione, quella storia unica costruita insieme, no. Non serve aspettare di essere “abbastanza disperati” per meritare aiuto. Serve solo riconoscere che state soffrendo… e che questa sofferenza può trasformarsi in una spinta verso il miglioramento.
Problemi di coppia: è un problema della relazione o del singolo?
Quando basta un percorso individuale
Non tutti i problemi di coppia richiedono una terapia di coppia. A volte la difficoltà nasce da una questione personale di uno dei partner che inevitabilmente si riflette sulla relazione. Ad esempio, se uno dei due soffre di un disturbo ossessivo-compulsivo non trattato o una depressione, potrebbe essere più utile un percorso individuale prima di affrontare le dinamiche di coppia.

Altri casi in cui un percorso individuale può essere la scelta giusta sono situazioni in cui una persona ha bisogno di lavorare su questioni che influenzano il modo in cui si relaziona con il partner. In questi casi, la terapia individuale offre uno spazio protetto per esplorare queste dimensioni senza coinvolgere necessariamente l’altro.
Quando la difficoltà è nel “noi” e non nell'”io”
La terapia di coppia diventa necessaria quando il problema non risiede nelle difficoltà personali dei singoli, ma nelle dinamiche relazionali che si sono create tra voi. Quando i quattro cavalieri dell’apocalisse di Gottman si sono insediati stabilmente nella relazione: critica, disprezzo, atteggiamento di difesa e muro di gomma (Gottman & Silver, 2015).

Il rischio degli interventi sbagliati (curare uno quando soffrono in due)
Uno degli errori più frequenti è quando una persona inizia una terapia individuale per “salvare la coppia” ma senza guardare davvero alla coppia. Se il problema è relazionale, serve un approccio relazionale. La scelta tra terapia di coppia o individuale va fatta analizzando dove risiede effettivamente la difficoltà. E secondo me, non c’è mai un problema “di coppia” o un problema “individuale”. Non è possibile separare le due cose, ed è per questo che quando lavoro in coppia, faccio sempre anche incontri individuali.
Problemi di coppia: a chi rivolgersi
Psicologo individuale: quando è indicato
Lo psicologo che lavora individualmente può essere la scelta giusta quando la crisi di coppia è innescata principalmente da difficoltà personali: disturbi d’ansia, depressione, schemi relazionali disfunzionali derivanti dalla propria storia. In questi casi, lavorare prima su di sé può effettivamente migliorare indirettamente anche la relazione.
Psicologo di coppia: quando è la scelta giusta

Il terapeuta di coppia lavora sul “sistema coppia”, su quelle dinamiche relazionali che si creano nell’incontro tra due persone. Non si occupa della psicologia del singolo ma di come i due individui interagiscono, comunicano, si feriscono o si supportano (Perel, 2017).
Un buon terapeuta di coppia ha una formazione specifica in questo ambito. Non tutti gli psicologi sono automaticamente capaci di lavorare efficacemente con le coppie. Ci vogliono competenze particolari per gestire la complessità di avere due “clienti” contemporaneamente, ognuno con la propria visione del problema e il proprio dolore.
Consulente, coach, mediatori: differenze e limiti
Chiariamo subito: consulenti di coppia, coach relazionali e mediatori familiari solitamente non sono psicologi. Possono avere competenze utili in ambiti specifici – il mediatore familiare ad esempio aiuta nelle separazioni a trovare accordi pratici – ma non hanno la formazione per affrontare problematiche psicologiche.
Un coach motivazionale può aiutarvi a ritrovare complicità e a lavorare su obiettivi concreti, ma se c’è una sofferenza psicologica, la coppia sta affrontando un trauma da tradimento o dinamiche relazionali complesse, serve un professionista con una formazione clinica.
Perché non tutti i professionisti sono adatti alla coppia
Un terapeuta di coppia efficace dovrebbe avere formazione specifica. Alcuni approcci hanno una maggior valenza scientifica, come il Metodo Gottman che utilizzo. Ma non si tratta solo di formazione: anche la personalità conta. Alcune persone lavorano meglio con un approccio più direttivo, altre preferiscono uno stile più “soft”.

L’importante è che sentiate entrambi di essere visti, ascoltati e non giudicati. Ma soprattutto che ci sia collaborazione tra voi e il terapeuta, il che passa a volte per conversazioni difficili. Ad esempio, dicendo allo psicologo che ci sono delle cose con cui avete difficoltà, o che un determinato atteggiamento o una determinata risposta vi ha fatto sentire a disagio. Può succedere – e succede, in tutte le interazioni umane. Riuscire a discuterne è produttivo, e aiuta lo psicologo ad aiutarvi.
Terapia di coppia: quando è il momento giusto per iniziare
I segnali che indicano che serve un aiuto esterno
Ci sono momenti in cui diventa evidente che da soli non ce la fate. Non perché siate incapaci, ma perché quando si è dentro la dinamica è difficilissimo vederne i meccanismi. Ecco alcuni segnali che indicano che è tempo di cercare aiuto:

- La comunicazione si è ridotta a pura logistica. Parlate solo di chi deve fare la spesa o prendere i bambini, evitando sistematicamente tutto ciò che è personale o emotivo.
- Quando provate a parlare di cose importanti, la discussione degenera in attacco-difesa senza arrivare mai a una risoluzione. I segnali che una relazione è in crisi possono manifestarsi in modi diversi, ma tutti convergono verso la stessa sensazione: qualcosa si è rotto.
- I quattro cavalieri dell’apocalisse di Gottman (2014) sono diventati ospiti fissi nelle vostre interazioni:
- critica sistematica del carattere dell’altro (non del comportamento),
- disprezzo espresso con sarcasmo o disgusto,
- atteggiamento difensivo costante che impedisce di assumersi responsabilità, e
- ostruzionismo – il muro di pietra emotivo quando uno dei due si chiude completamente.
Crisi acute vs crisi silenziose: perché entrambe vanno trattate
Le crisi acute sono quelle evidenti: un tradimento scoperto, litigi violenti, situazioni esplosive. Queste crisi hanno il “vantaggio” di essere impossibili da ignorare. Fanno male, ma spingono all’azione.
Le crisi silenziose sono più insidiose. Sono quelle in cui apparentemente va tutto bene, ma dentro c’è un deserto emotivo. Vi comportate come coinquilini educati, forse anche affettuosi in pubblico, ma avete perso la connessione emotiva. Queste crisi sono pericolose proprio perché possono durare anni senza che nessuno dei due ammetta che c’è un problema.
Entrambe meritano attenzione. La crisi acuta richiede intervento immediato per contenere il danno. La crisi silenziosa richiede grande coraggio per ammettere che sotto la superficie apparentemente tranquilla c’è in realtà sofferenza.
Quando arrivare “troppo tardi” rende il percorso più difficile
Esiste un punto di non ritorno? Non necessariamente, ma esiste sicuramente un punto in cui il percorso diventa molto più faticoso. Quando uno dei due ha già deciso emotivamente di lasciare la relazione ma non l’ha ancora comunicato, quando il disprezzo ha eroso completamente il rispetto reciproco, quando la distanza emotiva è diventata così ampia che la sola idea di intimità sembra impossibile.

Non sto dicendo che in questi casi la terapia sia inutile. Anzi, può servire a fare chiarezza, a capire se c’è ancora margine o a separarsi in modo più consapevole e meno distruttivo. Ma il lavoro sarà inevitabilmente più lungo e doloroso rispetto a una coppia che chiede aiuto ai primi segnali.
Cosa aspettarsi quando ci si rivolge a uno specialista di coppia
Come funziona il primo incontro
Il primo colloquio serve al terapeuta per capire cosa sta succedendo nella vostra relazione. Si definisce un obiettivo e, personalmente, do anche già delle prime indicazioni pratiche da mettere in atto.
Molti terapeuti fanno anche colloqui individuali dopo quello di coppia, per dare a ciascuno uno spazio in cui esprimersi liberamente senza la presenza dell’altro. Questo aiuta a raccogliere informazioni più complete e a comprendere meglio la prospettiva di entrambi.
Il primo incontro vi darà anche un’idea di come lavora quel terapeuta, se il suo stile vi convince, se vi sentite a vostro agio.
Obiettivi realistici: cosa può (e non può) fare la terapia
La terapia di coppia non è magia. Non trasformerà una relazione tossica in una favola perfetta, non vi farà tornare a quando vi siete conosciuti, non cancellerà il dolore che vi siete inflitti. Quello che può fare è aiutarvi a comunicare in modo più efficace, a riconoscere i pattern disfunzionali e interromperli, a ricostruire fiducia ed empatia dove sono state danneggiate.

Può anche – ed è un risultato altrettanto valido – aiutarvi a capire con chiarezza se la relazione ha ancora un futuro o se è più sano per entrambi lasciarla andare. Perdonare un tradimento, recuperare dopo una crisi profonda o semplicemente ritrovare la connessione perduta sono tutti processi che richiedono tempo e impegno da parte di entrambi.
La neutralità del terapeuta: perché non “dà ragione” a nessuno
Questo è uno dei malintesi più grandi sulla terapia di coppia. Molti arrivano pensando che il terapeuta farà da giudice e stabilirà chi ha torto e chi ragione. In realtà, il terapeuta non è lì per dare ragione a nessuno. Il suo ruolo è aiutarvi a vedere dinamiche che da soli non riuscite a cogliere, a interrompere schemi comunicativi distruttivi, a creare uno spazio sicuro dove entrambi possiate essere vulnerabili.
Certo è che il terapeuta ha anche il compito di farvi vedere i problemi comunicativi in cui vi incastrate. Questo non significa dar ragione all’uno o all’altro, ma significa mettervi davanti alla responsabilità di utilizzare i giusti registri. A volte, facendolo notare anche in modo molto esplicito dove vi state incastrando.
Quanto tempo serve per vedere cambiamenti
Contrariamente a quanto molti pensano, la terapia di coppia può dare risultati visibili anche velocemente. Personalmente, in quasi tutti i casi, do già un primo compito alla fine del primo incontro.
Molte coppia, già dopo una seduta mostrano miglioramenti significativi. Questo non significa che il lavoro sia finito – consolidare questi cambiamenti richiede tempo – ma i primi segnali che qualcosa si sta smuovendo possono arrivare presto. La terapia di coppia moderna è un lavoro pratico e concreto, non lo scavare per anni in un passato che non possiamo cambiare.
Problemi di coppia frequenti che portano a chiedere aiuto
Comunicazione bloccata e conflitti ripetitivi
“Litighiamo sempre per le stesse cose.” Questa frase la sento tantissimo. I conflitti “evergreen” accadono quando non si risolve mai veramente il problema di fondo, ma ci si limita a combattere sempre sugli stessi temi con gli stessi copioni. Lui si chiude, lei insiste. Oppure lei critica, lui si difende. Esistono esercizi di comunicazione che possono aiutare a interrompere questi pattern, ma spesso serve l’intervento di un terapeuta per riconoscerli e guidarvi verso una comunicazione migliore.

È comunque vero che ci sono dei copioni perenni. Gran parte dei problemi nelle coppie è perpetuo (il 69% secondo Gottman). Tuttavia, questo capita in tutte le coppie, e sembra un problema insormontabile. Per spiegare com’è possibile vivere bene nonostante ciò, uso spesso questa metafora: immagina di acquistare un terreno dove costruire la tua casa. Eppure, su questo terreno ci sono degli alberi secolari che non puoi abbattere. Ora: puoi scegliere di abbandonare del tutto il progetto, o di costruirci intorno, rendendo anche i problemi parte della bellezza. Anche questo, si impara a fare in terapia di coppia.
Distanza emotiva e senso di solitudine
La distanza emotiva è una delle forme più dolorose di sofferenza in coppia. Siete fisicamente presenti ma emotivamente distanti chilometri. Vi raccontate ancora le giornate? Condividete paure, sogni, vulnerabilità? O vi limitate a coesistere educatamente senza toccarvi davvero nel profondo? È quella che chiamiamo “sindrome del coinquilino“
Questa distanza non nasce da un giorno all’altro. Si crea gradualmente, quando si smette di investire nella relazione, quando le conversazioni significative vengono rimandate “a quando avremo tempo”, quando si dà per scontato che l’altro ci sarà sempre.
Tradimenti, segreti e perdita di fiducia
Il tradimento non è solo sessuale. Esistono tradimenti emotivi, tradimenti di aspettative, violazioni della fiducia che non coinvolgono altre persone ma feriscono ugualmente. Quando la fiducia viene tradita, ricostruirla è possibile ma richiede un lavoro enorme da entrambe le parti.
La persona che ha tradito deve mostrare rimorso autentico, trasparenza totale, pazienza infinita. La persona tradita deve attraversare il dolore senza lasciare che si trasformi in una punizione perpetua. Non è facile. Non è veloce. Ma è possibile superare un tradimento e finire per dire “meno male che mi ha tradito!”.
Difficoltà sessuali e calo del desiderio
Il sesso è spesso lo specchio della relazione. Quando la connessione emotiva si deteriora, il desiderio sessuale tipicamente segue. Non è sempre così – alcune coppie continuano ad avere buon sesso anche in crisi – ma nella maggior parte dei casi la sessualità risente delle dinamiche relazionali.

A volte però il problema è specificamente sessuale – eiaculazione precoce, difficoltà di erezione, dolore durante i rapporti, disparità nei livelli di desiderio. In questi casi può essere utile affiancare alla terapia di coppia anche una consulenza medica specifica.
Genitorialità che assorbe la coppia
I figli cambiano tutto. Non solo praticamente, ma anche emotivamente. Molte coppie si ritrovano a essere ottime co-genitori, ma pessimi partner. Tutta l’energia va ai bambini, la relazione diventa secondaria, l’intimità sparisce tra pannolini e notti insonni.
A proposito di questo, ti invito a guardare questo video, che ti suggerisce delle dinamiche a cui fare attenzione quando ci sono figli di mezzo:
Espandi per la trascrizione del video: Quando i figli allontanano la coppia: attenzione a queste dinamiche
In molte coppie con l’arrivo dei figli ecco che arrivano anche i problemi. Siamo in due, ci troviamo bene, funziona tutto come dovrebbe e poi arriva un terzo, arriva un intruso, un elemento nuovo che da due ci fa diventare tre.
Siccome questo è visto come naturale, come parte della vita, le coppie tendenzialmente – senza nessun aggiustamento volontario, ma semplicemente accompagnandosi, facendosi trasportare dagli eventi – vanno avanti e le cose iniziano a mutare.
Lo spazio del figlio e il senso di sostituzione
Come è normale, il figlio inizia a prendere tanto spazio. Ma più spazio prende, più ci sentiamo sostituiti.
È tipico un padre che si sente sostituito dal figlio. È tipica una madre che non si vede più come donna, ma che si vede come un oggetto a piena e unica disposizione di questa creatura che dipende totalmente da lei.
Questo è complesso: prende risorse, prende tempo, prende impegno, prende fatica, sottrae il sonno. E noi cerchiamo di barcamenarci.
Le prime distanze: da fisiche a emotive
Quello che succede è che il figlio inizia a dormire attaccato alla madre e il padre quindi dice “Sì, beh, russo oppure non riesco a dormire” – o qualunque altra ragione – e viene mandato (o va volontariamente) a dormire in un’altra stanza.
Qui iniziano a crearsi le prime distanze che in realtà vengono solidificate da un atteggiamento di iniziale distanza fisica, ma poi di distanza emotiva che tipicamente fa sentire l’uno e l’altro allontanati, respinti. Ci fa sentire in qualche modo invisibili.
Il momento più delicato: quando la coppia rischia di sfasciarsi
Quando arriva un figlio e inizia a risucchiare tutto, facciamo attenzione. Facciamo attenzione perché è un momento molto delicato, è un passaggio importante in cui se non ci diamo delle regole per preservare la coppia, ecco che la coppia facilmente si può sfasciare.
Molte persone mi vengono a raccontare che il tradimento è iniziato proprio in seguito alla nascita di un figlio, oppure al fatto che un figlio ha iniziato a sottrarre così tante energie del partner che – come mi dicono – “sai cosa? Mi sentivo invisibile, avevo bisogno di riconoscimento.”
Questo è quello a cui possiamo andare incontro.
La metafora dell’aereo: la coppia ha bisogno di manutenzione
Facciamo attenzione e immaginiamo un po’ la coppia come gli aerei. Non so se lo sai, ma gli aerei vanno incontro a continua manutenzione, a continui controlli e se c’è qualcosa che non va, si attiva subito un team di ingegneri che ispezionano il problema.
Molto spesso questo non lo facciamo con le nostre relazioni.
Quando arriva un figlio è un po’ come se l’aereo avesse avuto un upgrade, un cambiamento importante. I piloti in quel caso devono andare incontro a un training diverso: devono imparare, devono studiare il manuale, devono fare tante ore su un simulatore per poi poter maneggiare con la giusta maestria quel nuovo strumento.
Altrimenti gli aerei cadono. Altrimenti le coppie si sfasciano.
È normale che con l’arrivo dei figli la coppia attraversi una crisi fisiologica. Non è normale che questa crisi diventi permanente. Recuperare gli spazi di coppia, ricordarsi che siete anche amanti e non solo genitori, è fondamentale per il benessere della famiglia intera. E comunque sì, è vero: dopo la nascita del primo figlio, le relazioni peggiorano (Doss et al., 2009)
Quando uno dei due vuole aiuto e l’altro no
Resistenze comuni alla terapia di coppia
Le resistenze più frequenti che sento sono: “È inutile, tanto non cambierà niente”, “Parlare dei problemi li peggiora”, “Non voglio che uno sconosciuto ci dica che dobbiamo fare”, “Se dobbiamo andare in terapia vuol dire che è finita”, “Non ho tempo”, “Costa troppo”, “A me non serve”, “Lo psicologo serve a lasciarsi”….
Dietro queste obiezioni c’è spesso paura. Paura di scoprire che i problemi sono più gravi di quanto si pensasse, paura di dover cambiare, paura di essere giudicati, paura che la terapia porti alla separazione invece che a salvare la coppia.
Come proporre un percorso senza forzare
Se siete voi a voler fare terapia ma il partner è resistente, evitate di imporla. “O facciamo terapia o finisce” è un ultimatum che raramente porta a un lavoro terapeutico produttivo. Meglio spiegare cosa vi sta facendo soffrire, cosa sperate di ottenere dal percorso, rassicurare il partner che non si tratta di stabilire colpe ma di capire insieme cosa sta succedendo.
Potreste proporre di fare un solo colloquio conoscitivo, senza impegno, giusto per vedere se vi sentite accolti. A volte la resistenza cade quando si capisce che il terapeuta non è lì per giudicare, ma genuinamente per aiutare.
Quando iniziare da soli può comunque aiutare la relazione
Se il partner proprio non vuole, potete comunque iniziare un percorso individuale focalizzato sulla relazione. Non sarà una terapia di coppia vera e propria, ma lavorare su come voi vi ponete nella dinamica relazionale può comunque portare a cambiamenti significativi. Una sorta di terapia indiretta.
Una relazione è come una danza: se uno dei due cambia i propri passi, l’altro è costretto ad adattarsi. Non è la stessa cosa che lavorare insieme, ma può essere più che sufficiente per risolvere il problema.
A chi NON rivolgersi quando la coppia è in crisi
Amici e familiari: supporto emotivo vs soluzione
Amici e familiari possono offrire sostegno emotivo prezioso, ma non possono sostituire un professionista. Il problema è che chi vi vuole bene inevitabilmente prende le vostre parti, vi dà ragione, conferma la vostra versione dei fatti. Può farvi sentire meglio temporaneamente, ma non vi aiuta a vedere le cose per come stanno davvero.

Inoltre, confidarsi troppo con amici e famiglia sulla crisi di coppia può creare problemi ulteriori. Anche se poi risolvete con il partner, chi vi ha ascoltato potrebbe continuare a vedere l’altro sotto una luce negativa. Le informazioni che condividete non possono essere rimangiate.
Consigli online e fai-da-te: quando confondono
Internet è pieno di articoli su come salvare la coppia, video motivazionali, test per capire se è amore vero. Queste risorse possono essere utili per una prima riflessione, ma non sostituiscono un intervento professionale. Ogni coppia è unica, con la sua storia, le sue dinamiche, i suoi bisogni specifici.
Applicare indiscriminatamente consigli generici può peggiorare la situazione. Ad esempio, molti articoli suggeriscono di “comunicare di più”. Ma se comunicate con lo stesso schema disfunzionale, comunicare di più significa solo litigare di più.
Perché “scegliere da che parte stare” danneggia la coppia
Quando parenti o amici si schierano apertamente con uno contro l’altro, alimentano il conflitto invece che aiutare a risolverlo. La suocera che dà continuamente ragione al figlio contro la nuora, l’amica che convince la partner a lasciare senza conoscere veramente la situazione – queste dinamiche esterne possono essere micidiali per la coppia.
Un professionista neutrale non ha interessi personali. Questo è un valore aggiunto.
Come scegliere lo specialista giusto per i problemi di coppia
Formazione ed esperienza specifica sulla coppia
Non tutti gli psicologi sono uguali. Un ottimo terapeuta individuale può essere inadeguato per lavorare con le coppie. Cercate qualcuno con formazione specifica in terapia di coppia – metodi come Gottman, EFT (Emotionally Focused Therapy), terapia sistemico-relazionale.
Chiedete esplicitamente: “Che formazione ha sulla terapia di coppia? Che tipo di percorso ha in mente per la nostra coppia?” Non abbiate paura di fare domande. È il vostro diritto sapere con chi state lavorando.
Approccio terapeutico e metodo di lavoro
Ogni terapeuta ha il suo approccio. Alcuni sono più direttivi, danno compiti da fare a casa, suggeriscono esercizi pratici. Altri sono più maieutici, lavorano principalmente sulla consapevolezza e sull’insight. Alcuni si concentrano sul qui e ora, altri esplorano anche le storie familiari e i pattern appresi nell’infanzia.

Non c’è un approccio “migliore” in assoluto. Dipende da cosa vi serve e da cosa vi convince. Informatevi su come lavora il terapeuta prima di iniziare il percorso. Questo è importante, non perché voi dobbiate “giudicare” lo psicologo. Ma perché è bene capire se le proprie esigenze saranno rispettate: se ho bisogno di un abito elegante, probabilmente non andrò da Decathlon. Così come se mi serve una tuta, non andrò da Loro Piana.
Alleanza terapeutica: sentirsi ascoltati entrambi
L’alleanza terapeutica – quel senso di fiducia e connessione con il terapeuta – è fondamentale per il successo della terapia. Entrambi devono sentirsi visti, ascoltati, non giudicati. Se uno dei due percepisce che il terapeuta è distante o non allineato, difficilmente le cose andranno bene.
Date qualche seduta di tempo per capire se c’è sintonia, ma se dopo 3-4 incontri uno di voi si sente a disagio o non visto, parlatene allo psicologo. E se le cose non cambiano comunque, valuate di cambiare professionista. Non è un fallimento, è semplicemente trovare la sintonia giusta.
Online o in presenza: cosa cambia davvero
La terapia online funziona? Sì, può funzionare molto bene. La ricerca mostra che per molti tipi di intervento non ci sono differenze significative tra online e in presenza . Certo, manca la dimensione fisica, la comunicazione non verbale è parzialmente filtrata dallo schermo. Ma ha il vantaggio di abbattere barriere logistiche – tempi di spostamento, possibilità di seguire terapeuti che geograficamente sarebbero irraggiungibili.
Quello che conta davvero non è il mezzo, ma la qualità del professionista e dell’alleanza terapeutica che si crea.
Problemi di coppia: chiedere aiuto può salvare o chiarire
La terapia non serve solo a “restare insieme”
Molte coppie evitano la terapia perché hanno paura che il terapeuta li spinga a lasciarsi o, al contrario, che insista perché restino insieme a tutti i costi. Nessuna delle due cose è vera. La terapia serve a fare chiarezza.
A volte il risultato è ricostruire una connessione più sana e profonda. Altre volte è capire che separarsi in modo consapevole è la scelta più rispettosa per entrambi. Non sono entrambi fallimenti. Il vero fallimento sarebbe restare insieme soffrendo o separarsi senza aver capito niente, ripetendo gli stessi errori nella relazione successiva.
Capire se e come continuare: una scelta consapevole
Recuperare un rapporto di coppia richiede impegno, tempo e volontà da entrambe le parti. La terapia vi dà gli strumenti, ma il lavoro vero lo fate voi – nelle discussioni quotidiane, nelle scelte di ogni giorno, nel modo in cui decidete di trattarvi.
Anche se decidete di separarvi, la terapia può aiutarvi a farlo in modo meno distruttivo, soprattutto se ci sono figli coinvolti. Può aiutarvi a chiudere con consapevolezza invece che con rancore, a capire cosa è andato storto per non ripetere gli stessi schemi.
Quando lavorare sulla coppia migliora anche il benessere individuale
Paradossalmente, lavorare sulla coppia spesso vi fa stare meglio anche come individui. Imparate a comunicare meglio, a gestire i conflitti in modo più maturo, a riconoscere i vostri pattern relazionali. Queste competenze non servono solo per la relazione attuale – vi accompagneranno in tutte le relazioni future, con amici, colleghi, familiari.
Prendersi cura della coppia è prendersi cura di sé.
Conclusione
Rivolgersi alla persona giusta al momento giusto può fare la differenza tra restare bloccati in dinamiche dolorose e ritrovare una direzione, che sia insieme o separatamente. Non esiste un momento “perfetto” per chiedere aiuto, ma esiste un momento in cui smettete di aspettare che le cose si risolvano da sole e scegliete consapevolmente di fare qualcosa.
Se state leggendo questo articolo, probabilmente quel momento è adesso. La domanda non è se la vostra coppia “merita” aiuto – lo merita. La domanda è se siete pronti a investire nel cambiamento che potrebbe seguire.
Prenotare un primo colloquio non significa aver già deciso nulla. Significa semplicemente voler capire meglio cosa sta succedendo. E da lì, con chiarezza, potrete scegliere cosa fare.
FAQ – Domande frequenti sui problemi di coppia
Quando è il momento giusto per chiedere aiuto per i problemi di coppia?
Il momento migliore per chiedere aiuto non è quando “non ce la fate più”, ma quando iniziate a chiedervi se la vostra relazione potrebbe essere migliore. I segnali da non ignorare includono: comunicazione ridotta alla pura logistica, discussioni che seguono sempre lo stesso copione senza soluzione, presenza costante dei quattro cavalieri dell’apocalisse di Gottman (critica, disprezzo, atteggiamento difensivo, muro di gomma), distanza emotiva crescente. Le coppie arrivano in terapia mediamente sei anni dopo l’inizio della crisi, ma aspettare così a lungo consolida strategie disfunzionali che rendono il recupero più difficile.
Qual è la differenza tra terapia individuale e terapia di coppia?
La terapia individuale è indicata quando il problema nasce principalmente da difficoltà personali di uno dei partner (depressione, ansia, schemi relazionali disfunzionali) che si riflettono sulla coppia. La terapia di coppia invece lavora sul “sistema coppia”, sulle dinamiche relazionali che si creano nell’incontro tra due persone. Non si occupa della psicologia del singolo ma di come i due individui interagiscono, comunicano, si feriscono o si supportano. Quando i problemi risiedono nelle dinamiche relazionali – non nelle difficoltà personali dei singoli – serve un approccio di coppia.
Come funziona il primo incontro di terapia di coppia?
Il primo colloquio serve al terapeuta per capire cosa sta succedendo nella vostra relazione e definire un obiettivo. Molti terapeuti danno già delle prime indicazioni pratiche da mettere in atto fin da subito. Spesso vengono fatti anche colloqui individuali dopo quello di coppia, per dare a ciascuno uno spazio in cui esprimersi liberamente senza la presenza dell’altro. Il primo incontro vi darà anche un’idea di come lavora il terapeuta, se il suo stile vi convince e se vi sentite a vostro agio con lui.
Quanto tempo serve per vedere cambiamenti in terapia di coppia?
Contrariamente a quanto molti pensano, la terapia di coppia può dare risultati visibili anche velocemente. In quasi tutti i casi è possibile dare un primo compito già alla fine del primo incontro, e molte coppie mostrano miglioramenti significativi già dopo una seduta. Questo non significa che il lavoro sia finito – consolidare i cambiamenti richiede tempo – ma i primi segnali che qualcosa si sta smuovendo possono arrivare presto. La terapia di coppia moderna è un lavoro pratico e concreto, non lo scavare per anni in un passato che non possiamo cambiare.
Cosa devo fare se il mio partner non vuole andare in terapia di coppia?
Evitate di imporre la terapia con ultimatum come “o facciamo terapia o finisce”. Meglio spiegare cosa vi sta facendo soffrire, cosa sperate di ottenere dal percorso, rassicurare il partner che non si tratta di stabilire colpe ma di capire insieme cosa sta succedendo. Potreste proporre di fare un solo colloquio conoscitivo, senza impegno. Se il partner proprio non vuole, potete comunque iniziare un percorso individuale focalizzato sulla relazione: una relazione è come una danza, se uno dei due cambia i propri passi, l’altro è costretto ad adattarsi.
Come si sceglie lo specialista giusto per la terapia di coppia?
Non tutti gli psicologi sono formati per lavorare con le coppie. Cercate qualcuno con formazione specifica in terapia di coppia – metodi come Gottman, EFT (Emotionally Focused Therapy), terapia sistemico-relazionale. Chiedete esplicitamente: “Che formazione ha sulla terapia di coppia? Che tipo di percorso ha in mente?” L’alleanza terapeutica è fondamentale: entrambi devono sentirsi visti, ascoltati, non giudicati. Date qualche seduta di tempo per capire se c’è sintonia, ma se dopo 3-4 incontri uno di voi si sente a disagio, parlatene al terapeuta.
La terapia di coppia online funziona?
Sì, la terapia online può funzionare molto bene. La ricerca mostra che per molti tipi di intervento non ci sono differenze significative tra online e in presenza. Certo, manca la dimensione fisica e la comunicazione non verbale è parzialmente filtrata dallo schermo, ma ha il vantaggio di abbattere barriere logistiche – tempi di spostamento, possibilità di seguire terapeuti geograficamente irraggiungibili. Quello che conta davvero non è il mezzo, ma la qualità del professionista e dell’alleanza terapeutica che si crea.
Quando è troppo tardi per salvare una coppia?
Non esiste necessariamente un punto di non ritorno, ma esiste un punto in cui il percorso diventa molto più faticoso: quando uno dei due ha già deciso emotivamente di lasciare la relazione, quando il disprezzo ha eroso completamente il rispetto reciproco, quando la distanza emotiva è diventata così ampia che l’intimità sembra impossibile. Anche in questi casi la terapia non è inutile: può servire a fare chiarezza, capire se c’è ancora margine o a separarsi in modo più consapevole e meno distruttivo. La terapia non serve solo a “restare insieme” ma a fare chiarezza.
Bibliografia
- Gottman, J. M., & Silver, N. (2015). The Seven Principles for Making Marriage Work. Harmony Books. Link
- Gottman, J. M. (2014). What Predicts Divorce? The Relationship Between Marital Processes and Marital Outcomes. Psychology Press. Link
- Johnson, S. M. (2004). The Practice of Emotionally Focused Couple Therapy: Creating Connection. Brunner-Routledge. Link
- Perel, E. (2017). The State of Affairs: Rethinking Infidelity. Harper. Link
