La vergogna di non volere figli

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“Dottore, ci possiamo sentire solo telefonicamente… senza video? Mi sentirei più a mio agio.”

“Nessun problema” rispondo, annotando mentalmente che avrei dovuto indagare su quest’aspetto.

E così ho fatto.

Aveva iniziato a provare questo forte sentimento di vergogna da quando aveva ammesso alla sua famiglia di non volere figli. All’inizio, era una blanda sensazione di disagio che provava in presenza dei membri della famiglia che la criticavano. Il suo atteggiamento è stato quindi quello di evitare chiunque la criticasse per questa scelta, pensando che sarebbe stata meglio.

Peccato che questo non abbia fatto altro che peggiorare la situazione: era arrivata al punto di sentire questa stessa sensazione spiacevole anche in presenza di sconosciuti. In strada, al supermercato, a lavoro. Era arrivata a dover uscire di casa con uno dei suoi nipoti per stare bene. Fingere, in sostanza, di essere una madre per non provare la vergogna di non esserlo.

“È una cosa naturale volere un figlio. Me l’hanno sempre detto i miei genitori, sin da quando ero bambina. Vengo da una famiglia grande, sono la seconda di cinque figli. Ho già nove nipoti e il decimo è in arrivo. Sono cresciuta in quest’ambiente…

…ma è giusto fare figli anche se non li voglio? È giusto provare vergogna di non volere figli?

Forse dovrei averne, magari solo uno. Dicono che sia la sensazione più bella del mondo…”

Purtroppo, anche se non in maniera così eclatante, molte persone vivono lo stesso disagio.

Sia donne, che uomini.

Eserciti di persone che vivono nell’incertezza, sospese tra “non voglio” e “dovrei”, tra “sto bene così” e “se poi me ne pento?”.

Di fatto, ancora oggi, per molte persone non esiste l’opzione di non avere dei figli. Non perché siano fisicamente costrette, ma perché la pressione sociale è così forte da ritrovarsi schiacciati se si pensa in modo diverso.

In uno scambio di battute tra Penny e Bernadette, due personaggi della sitcom “The Big Bang Theory”, la “peer pressure” – la “pressione esercitata dai pari” viene ben rappresentata in tutta la sua ipocrisia.

P: “…forse non voglio dei figli”

B: “Ma sei matta? Certo che li vuoi, è meraviglioso!”

P: “…ma se hai detto che rovinano tutto!”

B: “Mi è concesso: è colpa loro se faccio pipì quando rido”

P: “Perché è così assurdo che io non voglia dei figli?”

B: “Non è assurdo, è solo sbagliato. Tu pensi di non volerli, ma poi quando ce li hai, ti rendi conto che li volevi”

P: “O forse non li voglio e basta!”

B: “Oooh… ma guarda! Sembri me prima che diventassi mamma e comprendessi il significato della parola “amore”. Lo so che spaventa, ma saresti una bravissima mamma!”

Proprio quando sembra che una serie americana utilizzi l’ironia per denunciare questa pressione ingiustificata che subiscono le donne, ecco che riesce a rovinare tutto. Perché qualche episodio dopo (ALLERTA SPOILER!) Penny rimane incinta involontariamente, dopo essersi ubriacata e aver avuto un rapporto non protetto col marito. 

E come a sottolineare la politica antiabortista americana, improvvisamente Penny è (come per magia) felice che avrà un bambino.

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Purtroppo, la ricerca ci racconta una realtà che presto deluderà Penny: “Le persone stanno meglio se non hanno figli, in particolare le donne, i single, gli strati socioeconomici più bassi e le persone che risiedono in società meno pronataliste, soprattutto quando queste caratteristiche agiscono in combinazione. […] I genitori sono esposti a diversi fattori di stress che annullano o superano le ricompense emotive; l’assenza di figli presenta una serie di vantaggi che promuovono il benessere; le persone senza figli, hanno strategie di compensazione e adattamento efficaci. […] Le persone scambiano le ricompense della genitorialità per felicità, quando invece hanno più a che fare con il significato.” (1)

Avere figli riduce anche la soddisfazione della coppia a causa del conflitto tra ruoli e la restrizione della libertà dei genitori. Nelle donne, principalmente quando i bambini sono neonati (il 62% delle donne senza bambini dichiarano di essere molto soddisfatte della loro vita coniugale, contro solo il 38% delle madri di neonati). Per gli uomini, l’età dei figli non fa differenza. (2)

Al contrario, un altro studio (3) suggerisce che in alcuni paesi (come il Portogallo) i genitori sono più felici dei non-genitori. Le forti differenze tra i vari paesi, sembrano essere spiegate dalle politiche sociali a supporto dei genitori e dal network di persone disposte a prendersi cura dei figli (zii, nonni ecc).

Avere figli, è sicuramente meraviglioso per alcuni, mentre per altri -semplicemente- non lo è.

Ciò non vuol dire essere “meno donna” o “meno uomo”.

Ricordiamoci che le parole, anche quando vengono pronunciate con leggerezza, possono fare gravi danni.

È difficile fare diversamente dagli altri, sfidando le convenzioni. Si cammina su un terreno incerto, poco battuto. Ogni passo è pericoloso, e un piede messo in fallo può rovinare intere famiglie.

Perché crescere un figlio che, in fondo, si è fatto perché “è così che funziona” non è giusto, né per un genitore, né per un figlio.

Siamo noi ad avere la responsabilità di cambiare questa cultura del “pare brutto”, del “mi vergogno”. Per cui, rispettiamo sempre le decisioni degli altri, e battiamoci perché possano essere liberi di fare diversamente.

Anche se non siamo d’accordo con le loro scelte.

Intanto, io celebro una piccola vittoria: dal terzo incontro, la webcam è stata accesa.

Biografia

1 Hansen, T. (2011). Parenthood and Happiness: a Review of Folk Theories Versus Empirical Evidence.

2 Jean M. Twenge, W. Keith Campbell and Craig A. Foster (2003). Parenthood and Marital Satisfaction: A Meta-Analytic Review

3 https://www.independent.co.uk/life-style/many-parents-will-say-kids-made-them-happier-they-re-probably-lying-a7124851.html 

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