Pensieri ossessivi: Cosa sono? Passano?

I pensieri ossessivi sono dei pensieri ricorrenti e intrusivi, che causano forte ansia e possono essere la manifestazione di un disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Tali pensieri hanno di norma un contenuto di tipo irrazionale e circolare: sono cioè legati a paure/ansie non legate a possibilità concrete nella vita dell’individuo (fondamento irrazionale) e causano a loro volta ulteriori ansie e paure (funzionamento circolare).

Molti dei miei pazienti testimoniano di avere pensieri ossessivi, che possono assumere la forma di un’idea o di un’immagine. Per fare un esempio: alcuni pazienti vivono con il terrore di non amare davvero il partner e di poterlo quindi tradire da un momento all’altro.

Come agiscono, di conseguenza?

Scrivono a un amico chiedendo delle rassicurazioni o, in alternativa, cercano di scacciare il pensiero invadente. Per qualche minuto, si sentono sollevati. Poi tornano però a sperimentare il medesimo timore di tipo irrazionale, mettendo in atto la stessa soluzione: “Amo davvero il mio partner? Se lo amassi, perché dovrei essere qui a chiedermelo?”.

I pensieri di tipo ossessivo sono quindi invadenti e possono causare forte dolore psicologico ed emotivo a chi li sperimenta.

Il loro funzionamento è infatti circolare: si vive un pensiero di tipo ossessivo, si agisce cercando di controllarlo (dinamica di controllo) e così facendo si fortifica il pensiero ossessivo, che tornerà a presentarsi e richiederà la messa in atto di un ulteriore tentativo di controllo (D. Veale, A. Roberts, 2014).

Diversi pensieri, diversi ambiti

I pensieri ossessivi possono riguardare qualsiasi ambito della vita quotidiana, tra cui:

  • L’igiene personale (ossessioni da contaminazione).
  • Le relazioni romantiche (ossessioni da relazione).
  • Il proprio aspetto fisico (dismorfofobia).
  • Pensieri di natura etica o religiosa, ad esempio legati alla blasfemia.
  • La vita sessuale e molto altro ancora.

Ne parleremo nel corso dell’articolo, fornendo approfondimenti sul funzionamento dei pensieri ossessivi.

In Conclusione, cercheremo di rispondere alla domanda: “I pensieri ossessivi passano?”.

Anticipando, possiamo dire di sì: è possibile spezzare il circolo vizioso dei pensieri ossessivi, sabotandone il funzionamento che c’è alla base.

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Cosa sono i pensieri ossessivi?

I pensieri ossessivi sono dei pensieri ricorrenti, che causano forte ansia e assumono la forma di rimuginii o ruminazioni (S. Sassaroli e G. M. Ruggiero, 2003).

Per rimuginio:

  • Si intende un pensiero incentrato su possibilità e azioni future, che la persona ritiene pericolose e quindi cerca di evitare.

Per ruminazione, invece:

  • Un tipo di pensiero incentrato sul passato, che cerca di analizzare situazioni ed eventi già accaduti per venire a capo di ansie e paure.

Entrambe queste forme di pensiero sono riconducibili al pensiero ossessivo, perché ne rispettano il funzionamento di base. Così: una persona può sperimentare forte ansia rispetto ad una situazione futura (rimuginio) e concentrarsi su di essa per venire a capo dell’angoscia da essa causata.

In alternativa, può sperimentare forte ansia relativa ad una situazione passata (ruminazione) e pensare ossessivamente ad essa o cercare di controllare il proprio pensiero. Il pensiero ossessivo, o la dinamica di controllo, donano al contempo l’impressione di placare l’ansia generata da una specifica situazione.

Secondo Nardone e Portelli (2013) ripresi da Pietrabissa e colleghi, esistono cinque motivi fondamentali che scatenano i pensieri ossessivi e le compulsioni:

  • Il bisogno di risposte definite e rassicuranti su un dubbio (1).
  • Una forma di rigidità mentale, sia essa di natura laica o religiosa (2).
  • La tendenza ad effettuare procedimenti mentali tanto razionali da divenire irrazionali (3).
  • Una forma di prevenzione eccessiva che scatena una fobia (4).
  • Il tentativo di ridurre l’ansia e il distress generati da un trauma (5).

Pensieri ossessivi: i tipi più comuni

Tra i pensieri ossessivi più comuni, possiamo ricordare:

  • Quelli legati ad un dubbio patologico (1).

In cui il paziente, dinanzi ad una questione a cui non esiste risposta certa, cerca comunque di ottenerne una entrando nel circolo vizioso dei pensieri ossessivi. Tra i pensieri ossessivi legati al dubbio patologico, compaiono il dubbio di essere omosessuali e il DOC da relazione.

Altri pensieri ossessivi legati al dubbio patologico, nelle sue varie forme, possono essere:

  • Il timore di essere omosessuali (per i soggetti eterosessuali, e viceversa).
  • Il timore di essere pedofili.
  • Il timore di poter compiere azioni aggressive e dannose verso gli altri.

Ricordiamo poi:

  • I pensieri ossessivi legati alla pulizia e al terrore della contaminazione (4).

In cui il paziente ha il timore di essere entrato in contatto con germi o batteri.

  • I pensieri ossessivi legati alla dimenticanza (es. dimenticarsi di aver chiuso il gas o la macchina) (3).

I pazienti sperimentano allora il timore di aver dimenticato di svolgere un’azione. Da questa dimenticanza, nella loro prospettiva, potrebbe poi sorgere un evento catastrofico.

  • I pensieri ossessivi legati alle superstizioni (2).

Si presenta quando il pensiero ossessivo è legato a credenze o superstizioni (come il passaggio di un gatto nero per strada).

Un problema: vari approcci

Fin dalla nascita della psicoanalisi, la problematica ossessiva è stata ampiamente trattata dagli studiosi. Ad oggi, esistono diversi approcci per rapportarsi a questo disturbo.

Com’è naturale, ogni approccio non si limita a suggerire diverse soluzioni ai pensieri ossessivi – e più in generale al DOC, – ma anche a suggerire l’esistenza di diverse cause che potrebbero spiegare l’insorgere della problematica.

La problematica ossessiva è stata ampiamente trattata dagli studiosi (Foto di Stefan Schweihofer da Pixabay)

Prendiamo per esempio la psicodinamica, secondo cui la problematica ossessiva sarebbe causata da carenze nel rapporto con le figure genitoriali. A partire da Melanie Klein, questa corrente ritiene che senza una “relazione sufficientemente buona” (Melanie Klein) con i genitori, il bambino potrebbe sviluppare pensieri ossessivi come come una modalità di difendersi dalla perdita.

Secondo la terapia strategica (P. Watzlawick e G. Nardone, 1997), invece, i pensieri ossessivi non avrebbero niente a che vedere con le figure genitoriali.

In realtà, in questo tipo di approccio, non si dà importanza all’origine dei problemi, quanto più al loro funzionamento e alle motivazioni per cui il problema sussiste. Lo spiegano bene Pietrabissa e colleghi:

L’immagine metaforica che meglio rappresenta la logica sottostante al disturbo ossessivo compulsivo è costituita da un racconto di Paul Watzlawick: “Un uomo batte le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul motivo di questo strano comportamento, spiega: “per spaventare gli elefanti“.

Quando gli viene detto che non ci sono elefanti, l’uomo risponde: “‘Beh, ecco fatto. Visto?“. Le idee ossessive emergono come fissazioni ripetitive spesso irragionevoli, dalle quali gli individui non possono liberarsi se non eseguendo specifici pensieri compulsivi, formule o azioni rituali.

Tuttavia, il tentativo di prendere in mano la questione da soli porta la persona a perdere il controllo della situazione e le compulsioni diventano inevitabili.

È sano, per esempio, stare attenti a non sporcarsi e a mantenersi puliti, ma è folle lavarsi per ore e ore continuando a dubitare che non sia sufficiente.

Pietrabissa G, Manzoni GM, Gibson P, et al. Brief strategic therapy for obsessive–compulsive disorder: a clinical and research protocol of a one-group observational studyBMJ Open 2016;6:e009118. doi: 10.1136/bmjopen-2015-009118

Uno sguardo alla neurobiologia

Dal punto di vista biologico, sono stati molti gli studi che hanno cercato di individuare cause fisiologiche che potessero spiegare l’insorgere dei pensieri ossessivi e del disturbo ossessivo-compulsivo.

Le ricerche sono state, tendenzialmente, contraddittorie:

  • Alcuni studi (Naaijen et Al, 2015), hanno concluso che i pensieri ossessivi e il DOC potessero essere causati da una diminuzione del glutammato (un amminoacido responsabile della biosintesi delle proteine). Questi stessi studi, però, hanno poi testimoniato un aumento del glutammato nell’ACC.

In ulteriori studi, è stata presa in considerazione la riduzione dei recettori della dopamina come causa del disturbo ossessivo-compulsivo. Sono così stati somministrati antipsicotici a pazienti con DOC. Tali farmaci, talvolta utili, si sono invece rivelati fallimentari per pazienti con DOC in cui si testimoniava un aumento della segnalazione della dopamina.

La ricerca suggerisce quindi che le cause neurobiologiche non siano unidirezionali, e che il trattamento debba essere adeguato ad ogni caso specifico (J. Ahmari, 2015).

Secondo altri studiosi, il DOC potrebbe essere legato al livello di estrogeni. Cosicché, negli uomini, quantità inferiori di estrogeni potrebbero favorire l’insorgere del disturbo ossessivo-compulsivo (Wah Chin et Al, 2011). Le cause ormonali, legate al livello di estrogeni, potrebbero spiegare le differenze nell’insorgere del disturbo tra individui di sesso maschile e femminile.

Un esempio: il dubbio ossessivo

Per ritornare al concreto, possiamo immaginare la seguente situazione tipica di un DOC da relazione:

  • Il soggetto X sperimenta ansia all’idea di non amare il proprio partner (Stimolo ansioso). Questi sono pensieri che sono comuni, e non dovrebbero essere considerati patologici. Tuttavia, potrebbero diventarlo, perché…
  • …per alleviare l’ansia, cerca rassicurazioni o pensa ossessivamente ai segnali che potrebbero confermare il suo amore o disamore verso il partner. Questi sono tentativi di controllo/verifica effettivamente aiutano a star meglio sul momento.
  • A lungo andare, questa strategia di gestione dell’ansia, viene ripetuta così tante volte da diventare non più la soluzione, ma la causa dell’ansia. Ecco che si è strutturata una tentata soluzione disfunzionale, cioè una strategia messa in pratica per risolvere un problema che, in realtà, lo tiene in piedi.

Questo meccanismo entrerà a far parte delle reiterazioni mentali di X, portando alla nascita di un pensiero invasivo legato alla relazione e, nei casi più gravi, di un disturbo ossessivo-compulsivo. Per X, diventerà allora normale riflettere compulsivamente sul proprio rapporto romantico, cercando di capire, sviscerare, indagare il proprio amore verso il partner.

In questo scenario, il soggetto X sta cercando risposta ad un dubbio a cui non esiste una risposta definitiva. Questo perché l’amore non è un elemento su cui si possa avere una certezza matematica ed assoluta, come molti comprendono.

Desiderando tale certezza, e cercando di ottenerla attraverso procedimenti tanto razionali da risultare irrazionali, ecco alla fine insorgere il pensiero di natura ossessiva.

Pensieri ossessivi e ansia

I pensieri ossessivi hanno quindi un legame intimo con l’ansia e con il controllo (J. Bartz e E. Hollander, 2006).

Ciò è vero per tutte le forme di pensiero ossessivo, che possono riguardare diverse situazioni e oggetti di vita quotidiana. Pensiamo alle forme di pensiero ossessivo più comuni:

  • Paura di avere malattie o di contrarre infezioni.

Lo stimolo ansioso, qui, è legato all’igiene personale. Il paziente riflette allora compulsivamente sulla possibilità di aver contratto germi o infezioni per placare l’ansia causata dallo stimolo.

  • L’ossessione verso il partner.

Lo stimolo ansioso è causato dalla possibilità di non amare davvero il partner. I partner che sperimentano questo timore cercano costanti rassicurazioni. Dopo averle ottenute, però, tornano a sperimentare lo stesso timore e a chiedere ulteriori rassicurazioni.

Si tratta di una condizione talvolta parallela a quella dei pensieri ossessivi post-tradimento.

  • Paura di dimenticare (es. il gas acceso, la macchina aperta e così via).

Ancora una volta, il paziente sperimenta un forte carico di ansia legato ad una specifica situazione e, per placare questa ansia, mette in atto un tentativo di controllo per il tramite della riflessione mentale.

In alternativa, il paziente può cercare di evitare di pensare allo stimolo ansioso, mettendo in pratica una dinamica di evitamento (Bartoletti, 2019). Anche in questo caso, il pensiero ossessivo tornerà a farsi presente sempre con maggiore intensità.

A tenere in vita il pensiero ossessivo non è quindi lo stimolo ansioso – come spesso si ritiene -, ma il tentativo di controllo. Lavorando in studio su tale tentativo, si potrà sul lungo termine indebolire il pensiero ossessivo fino a farlo scomparire del tutto.

I pensieri ossessivi hanno un legame intimo con l’ansia e con il controllo (Foto di Holger Langmaier da Pixabay)

Pensieri ossessivi, DOC e tentate soluzioni disfunzionali

I pensieri ossessivi non sono sempre sintomo di un disturbo ossessivo-compulsivo. Lo diventano però quando sono patologici e ricorrenti e arrivano a colonizzare la vita dell’individuo.

Ora, abbiamo visto che i pensieri ossessivi tendono ad avere un funzionamento circolare. Questo significa che, nel lungo periodo, i pensieri ossessivi possono dar vita ad una forma di DOC. Ecco perché è tanto importante smettere di praticare tentate soluzioni disfunzionali per gestire i pensieri ossessivi.

Queste sono le tentate soluzioni disfunzionali più comuni:

  • Controllo del pensiero: anche chiamata repressione paradossale (Bartoletti, 2019), questa tentata soluzione consiste nel tentare di non pensare allo stimolo ansioso. Il paradosso sta proprio nel fatto che pensare di non pensare, equivale a pensare.
  • Rassicurazioni: consiste nel richiedere costanti rassicurazioni sullo stimolo ansioso.
  • Evitamento: le persone che sperimentano pensieri ossessivi, possono tentare di evitare le situazioni che tendono a scatenare i pensieri ossessivi stessi.
  • Compulsioni: messa in pratica di rituali (che siano svolti nel mondo esterno o siano mentali, come preghiere, contare, ecc.) volti a fornire sollievo dallo stimolo ansioso.

Tutti questi comportamenti, come sottolineato, non fanno altro che tenere in vita il pensiero ossessivo, in un circolo vizioso doloroso e spesso invalidante sia sul piano relazionale che personale (G. Nardone e P. Watzlawick, 1990).

Terapia breve e pensieri ossessivi

Secondo la terapia breve, il pensiero ossessivo non è dunque legato ad una carenza affettiva. Piuttosto, è una problematica che si autoalimenta, perché il circolo vizioso dei pensieri ossessivi porta il paziente a rafforzare il meccanismo delle compulsioni attraverso il meccanismo di controllo, a sua volta causa dei pensieri ossessivi in quanto abitudine mentale.

Questo modello terapeutico, propone allora delle soluzioni che possano spezzare alla radice il meccanismo del pensiero compulsivo, proprio andando a interromperne il circolo vizioso.

Ma com’è possibile interrompere il circolo vizioso dei pensieri ossessivi? E che cosa bisogna fare, concretamente, per indebolire i pensieri ossessivi fino a liberarsene del tutto?

In breve, bisogna invertire i meccanismi disfunzionali che tengono in vita il pensiero ossessivo.

Bisogna invertire i meccanismi disfunzionali che tengono in vita il pensiero ossessivo (Foto di Max da Pixabay)

Soluzioni funzionali ai pensieri ossessivi

Ecco alcune delle strategie utili quando si lavora con i pensieri ossessivi:

  • Congiura del silenzio.
  • Inibizione della risposta.
  • Un tempo e un luogo.

…ma prima: ATTENZIONE!

Ti consiglio di seguire questi esercizi solo se accompagnati da un lavoro con uno psicologo che possa supervisionarti. Parlane prima con un professionista!

Congiura del silenzio

Cominciamo dalla congiura del silenzio, tecnica molto utile per il trattamento di tutte quelle problematiche tenute in vita da costanti richieste di rassicurazione.

Ogni volta che il paziente chiede una rassicurazione, non fa altro che sviluppare una vera e propria dipendenza dalla rassicurazione, andando al contempo a diminuire la considerazione che ha di sé e la fiducia nelle proprie capacità di risolvere il problema.

La rassicurazione, inoltre, tende a far concentrare il paziente ancora più profondamente sul pensiero ossessivo, poiché esso diviene nel lungo termine un tratto caratteriale noto non solo a sé, ma anche agli altri.

Inibizione della risposta

L’inibizione della risposta è invece utile per quei pazienti che mettono in pratica la tentata soluzione del tentativo di risposta, soprattutto in relazione a pensieri legati al dubbio patologico.

Se cerco una risposta certa a una domanda che, per sua natura, una risposta sicura non può averla, sto infilandomi in un loop senza uscita.

Ecco qualche esempio di dubbio patologico:

  • …e se domani venissi investito?
  • …e se dovessi tradire il mio partner?
  • …e se fossi pazzo?

Provare a scacciare le domande, raramente funziona. Al contrario, inibendo la risposta, è possibile far decadere la domanda.

L’inibizione della risposta prevede quanto segue:

  • Resisti alla tentazione di provare a cercare una risposta a domande ossessive.
  • Invece, inibisci la risposta ripetendo un mantra nella tua mente: “A questa domanda, non esiste una risposta. Più cerco una risposta, più alimento la domanda”.

Un tempo e un luogo

Se non riesci a liberarti del pensiero ossessivo, forse è proprio perché hai provato a scacciarlo con tanta foga.

Si può rimediare, prendendosi un tempo e un luogo per riflettere sul pensiero ossessivo. Per cui, puoi scegliere di ritagliarti 30 minuti al giorno, impostando un timer, per concentrarti sul pensiero. Invitalo in tutta la sua potenza. Anzi, cerca addirittura di alimentarlo: alimenta la paura che genera, aumentane il disagio. Dopo che sarà scattato il timer, sciacqua il viso e ritorna alle tue normali attività.

Man mano, questi semplici esercizi potranno aiutarti ad indebolire il circolo vizioso che oggi tiene in vita i tuoi pensieri ossessivi.

La maggior parte delle persone che comincia un percorso di cura per i pensieri ossessivi riesce a superare con successo la problematica. Certo, l’impresa non è facile, ma con il giusto impegno è possibile vincere i pensieri ossessivi e ritrovare la stabilità e l’armonia.

Se vuoi, contattami subito per una telefonata conoscitiva gratuita.

maurizio iengo psicologo

Maurizio Iengo

Psicologo, formatore e consulente. Membro dell'American Psychological Association. Da anni studio e pratico l'ipnosi, oltre ad essere formato nella tecnica EMDR - lo strumento più scientificamente validato per il lavoro sul trauma. Collaboro con Psicohelp, uno dei maggiori portali di terapia di coppia in Italia. Ho un master in Terapia e Clinica del Legame di Coppia e sono autore di vari libri, tra cui "Tornare a Vivere", "il Salvacoppie", "La Trappola della Felicità".

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